Il tema della Giornata della Solidarietà 2008, domenica 10 febbraio,�sollecita una riflessione sulle misure da adottare per evitare alle giovani generazioni l'incubo della precarietà


Redazione

05/02/08

di Andrea CASAVECCHIA

I recenti dati raccolti e pubblicati dall’Eurostat, l’istituto di statistiche europeo, scoprono un nervo dolente nel mercato del lavoro italiano. Infatti, mentre il tasso di disoccupazione generale in Italia è calato abbassandosi al 6%, quello relativo alla popolazione giovanile tra i 20 e i 24 anni si aggira attorno al 20%, ponendo l’Italia nella quart’ultima posizione tra gli altri Paesi europei.

Si aggiunga poi che i giovani più cresciuti si trovano in una situazione di mercato flessibile, che facilita l’inserimento, ma allo stesso tempo produce instabilità. Loro, infatti, riescono a trovare lavoro, ma spesso con contratti temporanei. Tanto che il sociologo Aris Accornero in San Precario lavora per noi ha scritto: «Le probabilità dei venticinquenni di avere un impiego permanente sono la metà di quelle che hanno avuto i cinquantacinquenni».

Le nuove generazioni navigano così tra l’inoccupazione e l’indeterminatezza. Anche in questa situazione delicata, emerge che i giovani non sono passivi, tanto meno “bamboccioni”, poiché si confrontano con il sistema lavorativo in modo attivo e realistico, come descrive la recente VI indagine dello Iard sulla condizione giovanile, che rileva strategie di ricerca ampie e complesse: i giovani non optano per un’unica soluzione, ma sperimentano più percorsi, adottano un ventaglio largo di iniziative per cercare un posto, dalle conoscenze personali e familiari alle domande dirette alle aziende.

Per trovare un nuovo lavoro molti sono consapevoli dell’importanza delle esperienze acquisite, così ci sono studenti che iniziano un’attività spesso senza contratto o con contratti “di copertura”. Alcune volte li accettano perché considerano quel lavoro solo un’esperienza specifica e determinata, una parentesi all’interno del loro percorso di formazione complessiva; altre volte, purtroppo, perché non sanno cos’altro trovare, cadendo in un circolo vizioso in cui non si cresce mai professionalmente.

Le fragilità del mercato del lavoro si possono ripercuotere sulle loro prospettive di vita: èdifficile pensare al proprio futuro quando l’esperienza di lavoro rischia di diventare un mix di entrate e uscite. C’è il pericolo che la precarietà lavorativa diventi esistenziale: non si lascia la casa dei genitori, oppure si rimane single.

Per facilitare il processo di inserimento nel mondo del lavoro ci sono almeno due politiche percorribili che si possono attivare.
Favorire i diritti formativi. Viviamo nella società della conoscenza che richiede un costante aggiornamento personale. I giovani ci chiedono di interrogarci su un tema basilare: come favorire una formazione continua, che rinnova i saperi non solo quando si è fermi ai box, ma anche quando si è in un periodo lavorativo e, soprattutto, quando si hanno contratti atipici.
Sostenere un percorso. In questa prospettiva è possibile attivare un tutoraggio di orientamento e accompagnamento per l’inserimento lavorativo: frequentemente i giovani non riescono a elaborare un’idea chiara della strategia da assumere. Sostenere il percorso iniziale del giovane avrebbe la funzione di introdurlo in una rete di relazioni interna al mercato del lavoro, e contemporaneamente valutare le abilità e le capacità della persona, magari aiutandola a calibrare il tiro della sua ricerca.

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