Da una parte il cinismo di Hamas nel provocare, dall'altra quello di Israele nel reagire puntando a distruggere il nemico. E nella comunità internazionale prevale un silenzio fatalista


Redazione

07/01/2009

di Riccardo MORO

Come previsto, dopo gli attacchi aerei le truppe israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza attraverso tre varchi per tagliare le principali linee di comunicazione e interrompere gli approvvigionamenti militari di Hamas, dividendo le rampe di lancio dai luoghi in cui i missili sono stoccati. L’obiettivo dichiarato di Israele è distruggere Hamas, annullando la sua capacità di offesa e il suo ruolo politico, non quello di occupare la Striscia.

In qualche modo Israele dichiara di voler restituire Gaza alla legalità, alla democrazia e alla libertà, per rilanciare un processo di pace efficace e definitivo. Israele è nota per il cinismo con cui affronta la questione palestinese, dalle uccisioni dei leader fondamentalisti alla costruzione del muro alto nove metri intorno alla Cisgiordania.

Anche la pratica dell’esercito israeliano, che informa dove colpirà prima di attaccare per ridurre le vittime civili (ma non dovrebbero essere evitate?), testimonia la glaciale determinazione che ha portato all’attuale azione militare. Israele sta cercando con Hamas la soluzione finale. Olmert è a fine mandato, gli Usa sono in un passaggio di potere e l’Europa è nel cambio di semestre. La condizione è politicamente ideale.

Ma Israele non ha il monopolio del cinismo. Un altro, ancora più crudo, vive nella zona, quello di Hamas. Hamas governa Gaza in totale autonomia dopo il colpo di mano militare con cui ha preso il potere e le persecuzioni violente dei palestinesi moderati. Nel territorio vivono un milione e mezzo di persone, una popolazione giovanissima e povera. L’età media è inferiore ai 18 anni e il reddito medio è intorno ai mille dollari, meno di tre dollari al giorno.

In questa situazione Hamas al termine della tregua invia missili contro Israele, sapendo benissimo quale sarebbe stata la reazione. Hamas spesso dichiara di avere a cuore la popolazione civile della Palestina, e di Gaza in particolare. Ma quale cura è presente nella provocazione lanciata a Israele?

In questi giorni di guerra Hamas ha lanciato ogni giorno da 35 a 50 missili sul territorio israeliano. Quanto costa un missile? Chi finanzia questa guerra? Non si può condividere la scelta militare di Israele, ma la sua azione in questo momento è trasparente: la scelta politica è chiara e il costo di quella scelta è pagato attraverso il prelievo fiscale documentato nel bilancio pubblico.

Nel caso di Hamas nulla vi è di trasparente. E milioni di dollari vengono spesi in armi per uccidere, mentre la popolazione è in condizioni di povertà. Se Hezbollah ha organizzato un sistema di sicurezza sociale nel Sud del Libano, Hamas si è limitato a qualche scuola e poi ha preferito spendere ogni risorsa in una posizione che si esaurisce in un confronto militare dissennato e criminale. Le vere vittime di questa tragedia sono le donne e gli uomini palestinesi che vivono nella Striscia, vulnerabili alla determinazione israeliana, ma ostaggio del delirio di Hamas.

Come si uscirà da questa situazione? Se in questi giorni si parla con i membri del Parlamento palestinese si registrano incertezza e disagio. Nessuno sa dire che cosa accadrà. Alcuni sono rassegnati a lasciare Gaza a se stessa, con un ritorno pieno della sovranità israeliana sul territorio, oppure con una sorta di cessione all’Egitto, che peraltro non ha molte intenzione di accettare il dono.

Ciò che più preoccupa è che nessuno ha una proposta da offrire. Sembra prevalere un atteggiamento fatalista, in cui davvero si lascia che Israele agisca, per posizionarsi di conseguenza. E ci si chiede se dopo questo sangue Gaza potrà tornare a esser amministrata da Ramallah. Sinora si ha l’impressione che sia stata concessa a Israele ancora una settimana di impunità per raggiungere il fatto compiuto.

Ma la vera incognita è la piazza. A Ramallah, dopo le violenze subite da Hamas la solidarietà a Gaza non è immediata, ma più dura la guerra e più si rafforzerà, accendendo una tensione ingestibile. Israele toglierà le castagne dal fuoco per tutti prima che la piazza degeneri?

Non riusciamo a trovare alternative alle guerre? Giudicare scrivendo dalla propria poltrona in terra di pace è difficile, ma non ci rassegniamo alla voce delle armi. La violenza genera violenza e alimenta rancore. Per disarmarla occorre incontrarsi. E perdonare. Un atto che tuttora, dopo duemila anni, appare trasgressivo. Ma che molti oggi testardamente si ostinano a compiere anche in Terra Santa.

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