Tra competizione e cooperazione, solo uniti si potrà trovare una via d'uscita


Redazione

08/10/2008

di Nico CURCI
Economista

Competere o cooperare? Questo è il dilemma che i leader europei fronteggiano in questi giorni drammatici di crisi finanziaria. Sabato scorso i Quattro Paesi europei del G-7 (Francia, Germania, Italia e Regno Unito) si sono incontrati a Parigi per decidere come operare di fronte alla difficile situazione dei mercati mondiali.

Nei giorni precedenti era diventato chiaro che la crisi americana stava contagiando sempre più l’Europa, che sperava di essere più protetta. Invece il fallimento di Fortis, la grande banca operante nel Benelux, le difficoltà sempre più evidenti di Hypo Real Estate, la banca tedesca specializzata in mutui, la decisione del Governo irlandese di proteggere tutti i depositi delle sei grandi banche nazionali, rendevano evidente che la crisi era un dato di fatto anche in Europa.

A Parigi, i leader dei Quattro Grandi dichiaravano di preferire la cooperazione alla competizione. Da lì in poi avrebbero agito in maniera cooperativa nelle azioni di salvataggio delle istituzioni finanziarie. Allo stesso tempo, chiedevano alla Commissione europea di usare tutta la flessibilità concessa dai Trattati per valutare l’andamento dei conti pubblici nazionali, che certamente saranno gravati di nuovi oneri per le azioni di sostegno pubblico ai mercati.

Sono bastate meno di ventiquattro ore per dimostrare ai mercati che le buone intenzioni della cooperazione europea sarebbero state disattese dai fatti, ancora a favore della competizione. Appena tornata in patria, Angela Merkel, il Cancelliere tedesco, apprendendo che il consorzio di banche interpellato dal Governo per il salvataggio di Hypo Real Estate si era ritirato nella convinzione che le perdite erano molto più alte di quanto dichiarato inizialmente, ha annunciato che lo Stato avrebbe garantito i depositi bancari al 100%, di fatto adottando in Germania la stessa politica irlandese che solo due giorni prima la Merkel stessa aveva fortemente condannato. Ovviamente nel timore che ci fosse una fuga di depositanti verso la Germania, anche molti Paesi vicini, come l’Austria o la Danimarca, si sono affrettati a fare altrettanto.

Di fronte a queste azioni così poco coordinate, nei mercati il disorientamento aumenta in maniera preoccupante. Sembra quasi che i leader europei si sforzino di mostrarsi sorridenti e fiduciosi per dare tranquillità, ma ottengono l’effetto opposto. La fiducia è ormai pari a zero: le banche non si fidano più l’una dell’altra, tanto che nessuno presta denaro se non per una notte sola (i cosiddetti prestiti overnight) e il mercato interbancario non esiste più.

Ma anche i Governi sembrano non fidarsi più l’uno dell’altro, perché c’è il sospetto che ciascuno di essi sia più preoccupato di difendere i “campioni nazionali” del credito e di posizionarli bene per partecipare alla grande riorganizzazione del mercato del credito che la crisi sta drammaticamente accelerando; ovviamente i cittadini non si fidano più né delle banche, né dei Governi, e questo preoccupa molto non solo da un punto di vista economico, ma anche politico, per la tenuta stessa del sistema democratico.

Certo, dalla crisi prima o poi si uscirà. Ma se davvero l’Europa vuole evitare di uscirne con le ossa rotte, deve al più presto decidere di camminare unita, senza più alcun salvataggio nazionale, che è solo controproducente in un mercato unico come quello europeo. L’unica via di uscita sensata sembra proprio la proposta del Governo italiano: creare un Fondo europeo per ricapitalizzare il sistema bancario.

Di questo c’è bisogno: incrementare il capitale delle banche, anche attraverso nazionalizzazioni temporanee, per far sì che il mercato ricominci a funzionare soprattutto nel suo compito meritocratico di selezionare le iniziative imprenditoriali che creano ricchezza e di punire quelle che la distruggono.

Purtroppo l’Europa finora si è affrettata a dare lezioni all’America su come uscire dalla crisi. Ma alla prova dei fatti la sua leadership politica si sta dimostrando ben più debole di quella americana. Ci auguriamo di essere smentiti nei prossimi giorni.

Restano come un monito le parole di Benedetto XVI che, all’apertura del Sinodo dei vescovi, ha ricordato che i soldi svaniscono e solo la Parola di Dio è solida. A ben pensarci, non si tratta solo di una frase di consolazione o di rifiuto del mondo, tutt’altro: è un vero e proprio programma politico. Infatti, dove ha imparato il mondo occidentale i concetti di giustizia, solidarietà e bene comune se non nella Parola di Dio? Dunque, se si vuole ricominciare, forse conviene davvero ripartire di lì.

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