Il moltiplicarsi di una catena nella quale il rischio veniva trasferito all'infinito su altri ha portato a una gravissima lacerazione dei mercati. Indispensabile ripristinare regole certe e controlli efficienti


Redazione

24/09/2008

di Riccardo MORO

Tutte le televisioni del mondo la settimana scorsa hanno trasmesso le immagini degli impiegati che lasciavano la sede della Lehman Brothers portando via i loro effetti personali in scatole di cartone. Quelle scatole, all’uscita del grattacielo che per anni aveva rappresentato l’autorevolezza finanziaria nella skyline di Manhattan, simbolizzano bene ciò che rimane della credibilità.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a uno psicodramma esemplare delle condizioni del sistema finanziario mondiale: la caduta della Lehman Brothers, una delle big five del mondo bancario americano. Il suo leader, Richard Fuld, dopo aver tentato tutte le strade per trovare acquirenti, battendo anche quelle cinesi e coreane, e dopo aver incassato il rifiuto del Tesoro americano a intervenire, ha tentato di convincere Kenneth Lewis, presidente di Bank of America, ad acquistare la parte sana della sua banca, caricando tutti i passivi in una bad company da far fallire.

Lewis ha giocato a fare insieme il demiurgo e la tronista e, dopo aver incoraggiato Fuld per tutta la notte del sabato a elaborare il progetto, la domenica mattina gli ha detto che non poteva fare nulla per lui e che gli preferiva Merryl Linch, un altro gigante bancario sull’orlo del fallimento. Le agenzie hanno battuto che Bank of America acquisiva Merryl Linch con lo stesso progetto di divisione preparato per Lehman.

A quel punto Fuld ha richiamato via sms gli impiegati perché vuotassero gli uffici, in una sorta di narcisistico autolesionismo che ostentava il fallimento attirando le telecamere per i videoguardoni di tutto il mondo. Ma era solo l’inizio. Il giorno successivo, di fronte al rischio del crack di Aig – colosso assicurativo presso cui in America sono assicurati praticamente tutti -, il Tesoro americano ha annunciato un’operazione di salvataggio con denaro pubblico.

Le Borse, che erano crollate, hanno avuto un piccolo rimbalzo, che per i titoli bancari e assicurativi è però durato poco: i valori hanno continuato a scendere in una situazione che dopo qualche giorno non pare ancora stabilizzata. Un intervento straordinario concertato delle banche centrali, Fed americana e Banca Centrale Europea in testa, ha messo in circolazione una liquidità che ha permesso un po’ di respiro.

Solo verso la fine della settimana l’annuncio che il Governo americano ha intenzione di creare una grande società-spazzatura, in cui far confluire i rami in perdita degli operatori finanziari, con la disponibilità a un intervento finanziario ingentissimo e senza precedenti, ha suscitato qualche rialzo nelle Borse. Ma la situazione rimane preoccupante.

Perché è successo tutto questo? Il malessere è nato con la crisi dei mutui subprime, concessi a soggetti che non offrivano le garanzie minime. Le banche scaricavano il rischio su altri operatori, che a loro volta cedevano il rischio in una catena infinita al cui estremo non era più visibile l’origine. Si è creata così una ragnatela fittissima, disegnata ricercando il profitto più che l’efficienza.

Il sistema sta in piedi sulla fiducia e può sostenere qualche perdita. Ma se i mancati pagamenti all’inizio della catena diventano troppo numerosi, la ricaduta si trasmette come un domino lungo tutto il lunghissimo percorso delle cessioni di rischio, creando delle vere e proprie lacerazioni interne a tutto il sistema finanziario, non solo nel settore del credito immobiliare. Questo genera sfiducia, il nemico mortale del mercato finanziario: tutti iniziano a disinvestire per paura di avere in mano titoli che possono perdere valore. E con le vendite i valori crollano effettivamente. E oggi l’interdipendenza fa sì che la vulnerabilità non riguardi un titolo soltanto, ma tutto il sistema finanziario, tanto da arrivare al crollo di molti colossi.

Si poteva evitare? Sì, con un sistema di controlli, ma soprattutto di regole più rigorose. Sono mancate sia per un comprensibile ritardo nell’adeguare gli strumenti giuridici all’evoluzione tecnica, sia per volontà politica. Si osannava al libero mercato, riscoprendo la deregulation reaganiana, permettendo a tutti gli operatori di ricoprire qualunque ruolo – banca, assicurazione, mediocredito – e di emettere qualunque titolo, predicando che sarebbe migliorata l’efficienza.

Anche chi ora predica contro la mancanza di regole, in passato, quando ha avuto responsabilità, non è intervenuto. E chi proponeva formule come la Tobin Tax per regolare i mercati internazionali veniva guardato con commiserazione. Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

La finanza tornerà più vicina all’economia reale, ci saranno riequilibri del potere finanziario, anche dal punto di vista geografico, e si rilegittimerà il ruolo dello Stato. Vorremmo solo che questo avvenisse senza retorica e in termini preventivi, disegnando regole eque. Non sempre usando i soldi pubblici per ripianare le perdite private di conoscenti disinvolti.

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