Mons. Giuseppe Betori, segretario della Cei, invita i cittadini a fidarsi della capacità di giudizio del presidente della Repubblica, che sceglierà per il "bene comune"


Redazione

30/01/2008

Nell’ultimo Consiglio permanente della Cei, “non si è parlato di crisi di governo”, perché per quanto riguarda i rapporti tra Chiesa e politica “valgono ancora le indicazioni di Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Palermo”, in base alle quali “la Chiesa non deve e non intende coinvolgersi in alcuna scelta di schieramento politico o partitico”, così come “non esprime preferenze su alcuna” situazione politica, partitica o elettorale, “purché rispettosa della democrazia”.

A ribadirlo è stato oggi mons. Giuseppe Betori, che rispondendo alle domande dei giornalisti nel corso della conferenza stampa sul recente Consiglio permanente della Cei ha assicurato: “Non voglio sostituirmi al Presidente della Repubblica. Voglio solo dire ai cittadini che possono avere fiducia in questo Presidente, nell’amore del Presidente e nella sua capacità di giudizio, ovviamente all’interno delle possibilità che gli saranno permesse. Non sempre, infatti, ciò che è ottimo diviene possibile. Noi vescovi sappiamo comunque che ciò che farà il capo dello Stato – le parole di Betori – è per il bene comune, nelle possibilità che gli saranno concesse”. Betori ha poi rivolto un appello “a tutti i politici”, a “mettere davanti il bene comune, di fronte agli interessi di parte”.

A una domanda sulla “mediazione politica” dei politici cattolici, Betori ha ricordato che già l’ Evangelium Vitae (al n. 73) e un recente documento della Congregazione per la dottrina della Fede fanno “una differenza tra assenza di legislazione – l’immettere cioè in una legge dove non esiste alcunché un fatto legislativo non approvabile – e il fatto che in presenza di una legge ci si attivi per diminuirne gli effetti nocivi”. E’ il caso, per i vescovi, della legge 40, che ha dato un “lecito contributo” a porre argine “al far west sulla procreazione medicalmente assistita”. Per i politici cattolici, dunque, “immettere nella legislazione qualcosa che è negativo – ha ribadito Betori – anche se giudicato meno negativo di altre ipotesi, non è possibile”.

Una “chiamata a diversi livelli”. Così mons. Betori, ha definito la proposta di moratoria sull’aborto. Tale proposta, ha precisato rispondendo alle domande dei giornalisti, “èun invito a immettere nella Dichiarazione universale dei diritti umani il concetto di protezione del concepito; ad appoggiare azioni internazionali di ostacolo all’aborto imposto da parte dei governi che vogliono,attraverso di esso, pianificare le nascite al proprio interno; all’interno della situazione italiana, far sì che gli aborti siano sempre meno e che possibilmente non ce ne sia nessuno”.

In concreto, ciò significa “da una parte dare piena attuazione agli articoli uno, tre e cinque della legge 194, perché le donne abbiano la libertà di non abortire, che è la vera libertà”. Dall’altra, la capacità di “favorire un clima culturale che aiuti a percepire la gravità di tale atto, cosicché l’aborto non venga rivendicato come una vittoria, ma sia percepito come una sconfitta: della donna, della famiglia e della società”.

Una lettera per fare il punto sul sostegno economico alla Chiesa, la cui stesura è stata affidata ad un apposito comitato: èstato questo l’oggetto di una domanda a mons. Betori durante la conferenza stampa odierna. Il Segretario generale della Cei ha ricordato la revisione del Concordato del 1984 e l’entrata a regime del nuovo sistema proprio vent’anni fa, sottolineando che “la struttura del testo di questa lettera è stata completata e nella prossima riunione del Consiglio permanente verrà analizzata a fondo prima della sua approvazione definitiva, prevista per l’assemblea generale della Cei del maggio prossimo”.

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