Dopo il "no" dell'Irlanda, colpo molto pesante per l'Ue27, si apre una nuova fase di incertezza nel processo di integrazione


Redazione

17/06/2008

di Gianni BORSA

Un grande punto interrogativo. Il no irlandese al Trattato di Lisbona apre una nuova fase di incertezza nel processo di integrazione. Del resto la storia della “casa comune” è costellata di stop and go, di successi che si alternano a passi falsi, di strette di mano e di porte sbattute in faccia. Come questo referendum, con il quale gli elettori della piccola isola verde tagliano la strada a una Comunità che comprende 27 Paesi e 500 milioni di cittadini.

«Ha vinto la democrazia», hanno esultato a Dublino i fautori della bocciatura del Trattato. Ma la democrazia – è lecito domandarsi – può essere sempre in balìa di esigue minoranze che decidono a scapito della maggioranza? Se lo stanno chiedendo in molti nell’Europa comunitaria, chiamata ad affrontare ancora una volta l’emergenza istituzionale, mentre incombono altre sfide concrete e urgenti.

Lo ha spiegato a chiare lettere il ministro degli Esteri Franco Frattini: «La strada dell’integrazione europea non può fermarsi» . L’esito del voto irlandese «è un grave colpo» all’Ue27, anche perché blocca «l’adozione di decisioni essenziali sulla sicurezza, la gestione dell’immigrazione, la politica energetica o la protezione dell’ambiente».

Uguale «preoccupazione» ha espresso il premier Silvio Berlusconi, cui si sono aggiunti, pur con accenti diversi, i rappresentanti delle opposizioni, fra cui Walter Veltroni e Pierferdinando Casini. Si invoca un “segnale forte” dall’Italia, ovvero l’immediata ratifica del testo da parte del Parlamento di Roma, che andrebbe ad aggiungersi alle altre 18 già avvenute, con una netta maggioranza di Stati e di popolazione apertamente schierate per il sì al Trattato.

Esultano invece la Lega Nord, da sempre euroscettica, e la sinistra estrema. Su tutt’altra linea l’ex capo del Governo e già presidente della Commissione, Romano Prodi, che invita ad andare avanti, per dare stabilità istituzionale e capacità operativa all’Unione Europea, senza più «subire i veti» di questo o quel Paese.

Esplicite anche le indicazioni che emergono dal Quirinale. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spiegato: «Non si può pensare che la decisione di poco più della metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell’1% della popolazione Ue possa arrestare l’indispensabile processo di riforma».

Napolitano invita a proseguire l’iter delle ratifiche «fino a raggiungere in tempi brevi la soglia dei quattro/quinti, perché il Consiglio europeo possa subito dopo – secondo l’articolo 48 del nuovo Trattato – prendere le sue decisioni».

Il Colle avverte: «Se non si supera la regola dell’unanimità per la ratifica dei trattati, l’Unione Europea è condannata alla paralisi e alla dissoluzione. Le forze politiche e i governi di tradizione europeista hanno la responsabilità storica, nei confronti delle future generazioni, di impegnarsi a scongiurare un simile rischio, a preservare il patrimonio di cinquant’anni di inestimabili conquiste».

Proprio per «guardare avanti» non basterà nemmeno far entrare in vigore il Trattato. La costruzione di un’Europa forte, efficace e autorevole sulla scena mondiale, ha bisogno di altro. Il campanello d’allarme che giunge dall’Irlanda ricorda che l’Ue avanzerà nel suo cammino se saprà procedere «unita nella diversità», ovvero rispettando e valorizzando le specificità nazionali in un più ampio contesto di integrazione e collaborazione, secondo due principi-cardine: solidarietà e sussidiarietà.

Al contempo occorre ricordare che i cittadini si attendono risultati concreti dall’Unione: sperimentando i vantaggi dello “stare assieme” i popoli del vecchio continente potranno fare il tifo per la “casa comune”. Non da ultimo, l’Ue non può chiudersi in se stessa, mentre deve tener fede alla propria vocazione internazionale, operando affinché pace, democrazia e cooperazione si estendano agli altri continenti.

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