È l'opinione del sociologo Eugenio Zucchetti: «La questione non è esclusivamente riferibile all'immigrazione o all'aumento della criminalità. La percezione di insicurezza è reale, ma non può avere risposte esclusivamente di ordine pubblico»


Redazione

29/05/2008

di Pino NARDI

«L’insicurezza e la paura non devono essere sottovalutate dai cristiani e dalla Chiesa. Sono fenomeni radicati nella gente, vanno ben compresi distinguendo tra l’insicurezza complessiva, che richiede politiche sociali, rispetto alla criminalità. Occorre autocontrollo, ragionamento pacato e sensato senza sfociare in atteggiamenti isterici e aggressivi che non servono a risolvere i problemi». Lo sostiene il sociologo della Cattolica Eugenio Zucchetti.

L’emergenza sicurezza sta diventando un tormentone. Quanto è reale il problema?
Intanto non leghiamo solo ai rom la questione dell’insicurezza. Non è esclusivamente riferibile all’immigrazione o all’aumento della criminalità. La percezione di insicurezza alcune volte è slegata dai reati commessi. È invece un tema innegabile, che però affonda le radici in questioni più ampie legate a problemi sociali. Innanzitutto, una crescente paura e incertezza del futuro per sé e per la propria famiglia dovuta alla globalizzazione e all’instabilità economica. Secondo: la precarietà del lavoro. Terzo: la crescente “fragilizzazione” familiare. Da ultimo, in particolare in città, l’emergenza casa. L’insicurezza è dunque la patologia cronica che non può avere risposte esclusivamente di ordine pubblico, ma di un intreccio di politiche sociali, abitative, lavorative che ritessono la coesione sociale.

Come valuta però la paura legata ai reati?
La criminalità è da vedere come una sorta di patologia acuta rispetto alla quale occorrono interventi anche di polizia, di un numero maggiore di agenti, ben sapendo che la sicurezza comporta un costo. È una patologia che sorge in modo differente in alcuni quartieri e che andrebbe monitorata rispetto alle singole specificità delle aree. I fenomeni di criminalità accentuano il senso di insicurezza ed esprimono una domanda di protezione, di tutela, che mi sembra legittima. È compito dell’istituzione pubblica farla propria e a cui dare risposte con azioni che si ispirano a un rispetto di principi; soprattutto sia conscia che deve rispondere ad ambedue le patologie, quella cronica e quella acuta.

In queste settimane emerge il problema rom, quasi una sorta di capro espiatorio…
Sì, mi pare uno dei tipici casi di effetto-calamita: una certa situazione attira su di sé tutti i mali possibili e viene stigmatizzata come la causa di tutte le questioni. Questo caso è molto complesso e va affrontato con gli strumenti adeguati.

Alcuni accusano la Chiesa, in particolare il cardinale Tettamanzi, di buonismo. Che ne pensa?
Bisogna fare un po’ di chiarezza sul buonismo. Non nego che ci possano esserci questi rischi. Però non mi pare proprio che sia presente nelle affermazioni del cardinale Tettamanzi. Ciò che la Chiesa ha detto, ma soprattutto ha dimostrato di fare a vari livelli non è imputabile di buonismo: sono azioni sociali che tentano un punto di equilibrio, il più alto possibile, tra legalità e rispetto dei diritti e attenzione alle fasce deboli. È quello che saggiamente si è tentato di seguire in questi anni da parte di alcune istituzioni, dalla Caritas alla Casa della carità. La Chiesa si deve muovere con questa attenzione di grande dialogo con le istituzioni, con tutti i soggetti che se ne devono far carico con l’ottica di chi fa rispettare le regole, ma nello stesso tempo ha una grande attenzione ai diritti delle persone e delle fasce soprattutto più deboli. È l’equilibrio difficile che ogni volta va perseguito. Il cristiano non può rinunciare ad affermare una radicalità di valori e di principi che sono connaturati al Vangelo in cui crede, non può rassegnarsi alle logiche del mondo e del mercato.

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