Da parte del Governatore di Bankitalia l'analisi di una crisi annunciata dagli economisti, ma sottovalutata dalla politica


Redazione

23/07/2008

di Nicola CURCI

Nella Whitaker Lecture della Banca centrale irlandese, Mario Draghi, durante lo scorso fine settimana, ha evidenziato che la crisi che i mercati finanziari stanno trasmettendo all’economia reale è più grave del previsto. Ed è soprattutto difficile capire quando finirà.

Come dargli torto? A deprimere l’economia ci stanno infatti pensando ben due focolai di crisi, che agiscono contemporaneamente: lo sgonfiamento della bolla immobiliare americana e l’impennata dei prezzi del petrolio e delle materie prime.

E’ opportuno che, nell’analizzare quanto sta avvenendo, si tenga ben presente questa duplice natura della crisi, per evitare di incappare nell’errore di chi è portato a sottolineare una presunta minore incidenza della crisi sull’Italia rispetto agli Stati Uniti, come ha fatto il ministro Tremonti.

Non c’è dubbio infatti che l’Italia sia meno interessata dal primo focolaio dell’incendio, lo scoppio della bolla immobiliare. La ragione è che il mercato immobiliare italiano è stato meno alimentato dalla “droga” dei prestiti facili, concessi senza adeguate garanzie a famiglie che non avevano un adeguato merito di credito.

Da noi l’innovazione finanziaria che ha portato alle storture dei mutui subprime americani non c’è stata. Ciò non vuol dire che una lieve correzione del prezzo delle case non possa esserci anche da noi, ma non si prevede nulla di paragonabile a quello che si sta verificando in America (o anche nel Regno Unito o in Spagna).

Tuttavia, l’altro grande focolaio di crisi, l’ascesa del prezzo del petrolio e delle materie prime, rischia di creare sconquassi almeno altrettanto grandi, se non peggiori, del primo. Non è facilmente condivisibile infatti la tesi di chi sostiene che l’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime sia dovuto alla speculazione: la speculazione per lo più alimenta l’accelerazione di trend rialzisti o ribassisti, ma non può determinare le direzioni del mercato, le quali sono piuttosto dettate dai fondamentali della domanda e dell’offerta.

Da qui arrivano le cattive notizie per l’Italia: lo sviluppo impetuoso delle grandi economie emergenti sta alimentando la domanda di petrolio e di materie prime. Il mondo avrebbe dovuto rispondere a questa sfida aumentando l’offerta, ma si è fatto trovare impreparato. La colpa qui è tutta politica e non del mercato.

Infatti, negli ultimi venti anni, a leadership politica avrebbe dovuto sostenere i processi di ricerca e di sviluppo di fonti di energia alternative al petrolio, consapevole che il mercato da solo non poteva remunerare gli ingenti investimenti necessari sul campo.

Allo stesso tempo, si sarebbe dovuto garantire una piena liberalizzazione del settore agricolo, contro gli interessi degli agricoltori dei Paesi sviluppati, in modo da permettere lo sviluppo di una agricoltura intensiva anche in tante zone del pianeta dove questo non è ancora successo.

I leader dei Paesi ricchi, nonostante una serie stucchevole di vertici del G7, non si sono affatto preoccupati di fare quanto era davvero necessario per il futuro del mondo: ora imputano alla speculazione qualcosa che molti economisti avevano predetto da tempo.

A questo punto la frittata è fatta! Ma cerchiamo almeno di evitare i gravi errori del passato. Il messaggio di Draghi va in questa direzione. Esorta tutti al senso di responsabilità. Le imprese e i lavoratori dovrebbero accordarsi per evitare che gli incrementi dei prezzi si traducano in un aumento automatico e di parti importo dei salari: sarebbe l’inizio di una spirale inflazionistica, da cui uscire richiederebbe molti anni e soprattutto molta disoccupazione. Per farlo, è necessario che gli uni e gli altri rinuncino a qualcosa: i lavoratori ad un po’ di potere di acquisto e le imprese ad un po’ di profitti.

Dal canto loro, i Governi dovrebbero sforzarsi di esercitare una leadership autentica: dire chiaramente che ci aspettano tempi bui, ma soprattutto che saranno feroci nel distribuire i sacrifici necessari, accollandone di più sulle spalle larghe di chi può meglio sopportarli.

Insomma che Robin Hood sia davvero tale, pur sapendo che, in questo tempo di vacche magre, gli interessi di pochi ricchi saranno difesi ancora più ferocemente che in tempi di vacche grasse.

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