Il Rapporto 2006-2008 della Fondazione Cei "Giustizia e solidarietà" mostra come le varie iniziative per la cancellazione del debito non siano per ora sufficienti a realizzare una efficace lotta alla povertà, soprattutto nei Paesi dell'Africa sub-sahariana


Redazione

06/11/2008

a cura di Patrizia CAIFFA

Il debito dei Paesi poveri «rappresenta uno degli aspetti più inquietanti del più vasto scenario mondiale»: èquanto scrive il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, nel messaggio indirizzato a monsignor Alessandro Charrier, vescovo emerito di Alessandria e presidente della Fondazione Cei “Giustizia e solidarietà”.

Il messaggio è stato letto in sala ai partecipanti al recente convegno su “Debito, giustizia e solidarietà”, svoltosi a Roma a chiusura del percorso avviato nel 2000 con la Campagna ecclesiale per la remissione del debito estero e della Fondazione che ha portato avanti l’iniziativa in Guinea Conakry e Zambia. Al posto della Fondazione subentrerà un Tavolo di lavoro ecclesiale su “giustizia e solidarietà” con caratteristiche “educative, culturali e pastorali”, per mantenere l’attenzione delle comunità cristiane su questi temi.

«Non vi è dubbio – scrive il cardinale Bagnasco – che l’iniziativa messa in campo abbia sortito l’effetto di sensibilizzare l’opinione pubblica su una questione come quella del debito dei Paesi poveri che rappresenta uno degli aspetti più inquietanti del più vasto scenario mondiale». Giovanni Paolo II, prosegue il cardinale Bagnasco, aveva anche invitato a «far sì che questa nuova condizione globalizzata sia vissuta non come una fatalità da subire, ma come una sfida da orientare nella linea di una progressiva umanizzazione». Il presidente della Cei esprime «vivo apprezzamento per il compito egregiamente svolto dalla Fondazione» e auspica «che il percorso virtuoso attivato» «contribuisca in futuro a far crescere l’attenzione educativa su questi temi».

Per il cardinale Attilio Nicora, già presidente della Fondazione e attualmente presidente dell’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica), il “segreto” della riuscita della Campagna è stato di non aver impostato il discorso “contro”, ma “per” la soluzione dei problemi della povertà nel mondo, attraverso l’impegno concreto dei cattolici. «Rimane certo aperta la questione di come far diventare il dono di questo evento uno stile di vita», ha detto, indicando «tre percorsi da intrecciare tra loro»: «Una formazione consapevole, motivata e possibilmente continuativa; l’impegno concreto; i gesti».

A livello internazionale le varie iniziative per la cancellazione del debito non sono state sufficienti per realizzare una efficace lotta alla povertà, soprattutto nei Paesi dell’Africa sub-sahariana. Èquanto emerso dal Rapporto sul debito 2006-2008, presentato al convegno da Riccardo Moro, direttore della Fondazione Cei.

Dal Rapporto risulta che tutti i Paesi in via di sviluppo avevano, nel 1996, 2.023 miliardi di dollari di esposizione debitoria, che nel 2007 sono diventati 3.357 miliardi di dollari. «Ma l’aumento non è di per sé negativo – ha spiegato Moro -, perché i dati comprendono anche Paesi come Cina, India e Russia e il fatto che il debito aumenti potrebbe anche significare che questi Paesi sono diventati più credibili sul piano internazionale. Quindi possono usufruire di nuovi indebitamenti a condizioni sostenibili, per finanziare investimenti positivi per il miglioramento dei Paesi».

Il dato che invece preoccupa Moro è quello relativo all’Africa sub-sahariana: nel 1996 il debito estero totale era pari a 230 miliardi di dollari, con 15 miliardi di servizio del debito pagato (tasse più interessi). Nel 2007, pur essendo diminuito il debito a 193 miliardi di dollari, il servizio del debito è salito a 17 miliardi.

Moro ha anche ricordato che il numero dei Paesi altamente indebitati coinvolti nell’iniziativa Hipc (33) è stato «troppo basso»: di questi 23 hanno terminato il percorso di cancellazione e 10 hanno raggiunto il decision point, ossia la promessa che i creditori cancelleranno il debito se seguono determinate condizioni. «Sebbene l’iniziativa internazionale sia esistita e sia iniziato un dialogo reale tra società civile e decisori pubblici – ha commentato Moro -, èsempre troppo poco».

Nel Rapporto si ricorda che negli ultimi otto anni, da quando è in vigore la legge 209/2000 sul debito, lo Stato italiano ha cancellato 6,37 miliardi di euro in 39 Paesi diversi. Tra le cancellazioni più recenti, la Repubblica Centro-Africana, la Sierra Leone e la Guinea Conakry. La cancellazione più alta – oltre 2 miliardi di euro – è andata nel 2005 all’Iraq; la più bassa – circa 40 mila euro – al Ruanda. A queste cifre vanno aggiunti oltre 952 milioni di euro risultanti dalle operazioni di conversione del debito firmate dal governo italiano.

Moro ha rivolto un appello all’Italia: «Vorremmo che il nostro Paese sia più autorevole e esigente nelle sedi internazionali; purtroppo questo contraddice con la riduzione degli aiuti allo sviluppo allo 0,15% del Pil, che è il minimo storico, ben lontano dall’1% che il governo aveva promesso durante l’ultimo vertice della Fao. Questo nega credibilità ai percorsi politici ed èper noi estremamente preoccupante». Moro ha invitato, inoltre, a mettere in piedi iniziative di monitoraggio delle operazioni di cancellazione del debito per «avere la certezza che i soldi vengano usati per finanziare lo sviluppo e non finiscano invece nelle mani di governanti corrotti».

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