Il Consiglio d'Europa ha adottato una risoluzione che, tra l'altro, chiede di «garantire l'esercizio effettivo del diritto delle donne ad abortire». Tra limiti e contraddizioni segnalati da molti deputati, assente qualsiasi cenno al «diritto alla vita» del nascituro


Redazione

17/04/2008

Depenalizzare l’aborto negli Stati in cui ciò non sia già avvenuto; «garantire l’esercizio effettivo del diritto delle donne ad abortire»; «rispettare la libera scelta delle donne»; «superare le restrizioni, di fatto o di diritto, all’accesso a un aborto senza rischi»: sono alcuni dei passaggi fondamentali della risoluzione adottata a maggioranza dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Nel corso della seduta di ieri a Strasburgo, l’Apce ha tenuto un ampio dibattito sul tema ed è quindi passato alla votazione degli emendamenti e del documento stilato dalla deputata socialista Gisela Wurm (Austria). Il testo invita inoltre i 49 Stati aderenti al Cde ad adottare «strategie appropriate» in materia di salute sessuale e riproduttiva, a rendere disponibili mezzi contraccettivi a «costi accessibili», a istituire nelle scuole, come materia obbligatoria, l’educazione sessuale e, da ultimo, a promuovere una predisposizione «più favorevole alla famiglia con campagne d’informazione adeguate».

Durante il dibattito in emiciclo molti interventi hanno segnalato «limiti» e «contraddizioni» della risoluzione, contestando soprattutto l’esistenza di un «diritto all’aborto».

Il testo approvato (102 sì, 69 contrari) afferma che «l’aborto non può in alcun caso essere considerato come un mezzo di pianificazione familiare» e, «per quanto possibile, deve essere evitato». Quindi si sostiene che «tutti i mezzi compatibili con i diritti delle donne devono essere messi in opera per ridurre le gravidanze non desiderate e l’aborto».

Segue un’altra considerazione: «Benché l’aborto sia legale nella grande maggioranza degli Stati membri Cde», in molti di questi Paesi «varie condizioni restringono l’accesso effettivo a un aborto senza rischi». Inoltre, nei Paesi in cui l’aborto è legale, la carenza di strutture sanitarie, la mancanza di medici che accettano di praticare l’aborto, i consulti sanitari resi obbligatori, «rendono l’accesso all’aborto più difficile».

Secondo il testo passato in aula, vietare l’aborto non porta a una riduzione delle interruzioni di gravidanza, ma «conduce piuttosto agli aborti clandestini, più traumatici e pericolosi». Tra le obiezioni sollevate dai deputati, èstato sottolineato come nel testo non si parli mai del «diritto alla vita» del nascituro, dei traumi e delle sofferenze affrontate dalle donne che abortiscono, del diritto del padre di esprimere un parere sulla decisione assunta dalla madre di abortire.

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