Il ritorno alla libertà dell'ex candidata presidenziale è un segnale di speranza, ma non vengono meno le preoccupazioni per la Colombia e l'intera America Latina


Redazione

08/07/2008

a cura di Gigliola ALFARO

«La liberazione di Ingrid Betancourt e di altre 14 persone è la fine di un incubo per gli ostaggi e le loro famiglie, ma non risolve i problemi della Colombia, le sue contraddizioni, le tensioni tra le Farc e il Paese», dice l’osservatore internazionale Riccardo Moro a proposito del ritorno a casa dell’ex candidata alla presidenza del Paese sudamericano, liberata il 2 luglio con un’operazione militare dopo sei anni di prigionia nelle mani delle Forze armate rivoluzionarie.

Per Moro «questo episodio non rappresenta la vittoria dello Stato sui terroristi. Le Farc (organizzazioni terroristiche di origine maoista, che di fatto hanno perso il riferimento ideologico) continuano a esistere e a occupare una parte del Paese, anche se hanno subito uno smacco in termini di intelligence e in termini militari».

I problemi non finiscono qui: «Oltre alle Farc – chiarisce Moro – ci sono organizzazioni paramilitari e ampie aree del Paese, geografiche ed economiche, non sotto la tutela della legalità democratica. Il governo del presidente Alvaro Uribe è al centro di uno scandalo: sembra che alcuni membri abbiano relazioni con alcune di queste forze paramilitari. Con la scusa della lotta al narcotraffico si è consentito di tutto e forze paramilitari hanno tentato di darsi legittimità in uno scontro apparentemente politico, ma in realtà tra interessi economici illegali».

Nella liberazione l’assenza di un ruolo da parte del presidente venezuelano Chavez, per Moro, fa riflettere: «Innazitutto, fa registrare la scontata tensione tra Chavez e Uribe: tra il governo venezuelano, che grazie alla forza economica del petrolio tenta di replicare il ruolo di Cuba 40 anni fa senza riuscirci, e quello colombiano, che in questo momento è quasi l’intruso dell’America Latina per l’alleanza con gli Stati Uniti».

«Questa vicenda dimostra poi che sono limitati i rapporti e la credibilità di Chavez, che pur aveva manifestato la volontà e la possibilità di poter risolvere il problema della liberazione di Betancourt, nei confronti delle Farc. Sulla testa degli ostaggi, in realtà, si sono giocate partite politiche che non riguardano solo la relazione tra le Farc e la Colombia, ma anche i rapporti tra Colombia e Venezuela, il ruolo geopolitico della America Latina e i suoi riferimenti: se il riferimento debba essere quello degli Stati Uniti o se non si debba creare, come propone l’Ecuador, una nuova stagione latinoamericana approfittando anche della vicinanza politica tra la maggior parte di questi Paesi».

A livello internazionale, prosegue Moro, «la liberazione di Ingrid Betancourt è un momento di speranza: il fatto che non è stato sparso sangue fa essere la sua liberazione come una ventata di ossigeno per le battaglie non violente in favore della democrazia, per dare speranza a chi in questo momento è vittima della repressione e della limitazione della libertà».

Per la Colombia la liberazione di Betancourt è importante anche per un altro motivo: «Il governo colombiano è sempre stato storicamente vulnerabile alle relazioni pericolose con forze di fatto illegali presenti nel paese. Betancourt, candidandosi alle presidenziali, aveva espresso l’intenzione di avviare una stagione politicamente diversa, ma non sappiamo se ci sarebbe riuscita».

Oggi in Colombia ci sono segnali positivi per un cambiamento? «È un Paese – risponde Moro – che ha gli indicatori socio-economici migliori nel continente, ma ci sono anche iniquità, c’è una fascia di povertà diffusa. Insomma, da un lato si registrano disuguaglianze per certi aspetti maggiori rispetto ad altri Paesi, dall’altro forti potenzialità, un livello di scolarizzazione e di istruzione molto alto e risorse economiche notevoli».

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