"Ri-costruire genitorialità" è il tema del convegno che la Caritas Ambrosiana e il Cnca Lombardia organizzano a Milano venerdì 29 febbraio. Intervista a Matteo Zappa, responsabile Area minori Caritas


Redazione

26/02/2008

di Pino NARDI

Ritornare a essere genitori. È la nuova sfida per garantire ai minori di vivere in una famiglia accogliente. Ma per farlo occorre impegnarsi a recuperare mamme e papà che per tanti motivi si sono “persi”, non garantendo gli affetti. Su questa strada lavorano diversi soggetti che si ritroveranno venerdì 29 febbraio in un convegno promosso dalla Caritas ambrosiana e dal Cnca Lombardia su “Ri-costruire genitorialità” (h 9-17; Sala delle Colonne Bpm, via San Paolo 12, Milano).

L’impegno è quello di recuperare le famiglie d’origine, ma anche di sollecitare una maggiore disponibilità di nuclei che accolgano i minori in affido. Infatti a Milano, a fine 2005, i minori presi in carico dal Comune erano 4575; quelli in strutture residenziali 1832, di cui 832 in pronto intervento. Nel 2006 gli affidi hanno riguardato 203 minori, di cui il 49% a tempo pieno. Una sproporzione evidente tra i bisogni e l’offerta di accoglienza delle famiglie. Ne parliamo con Matteo Zappa, responsabile Area minori della Caritas Ambrosiana.

Perché puntare sulle famiglie di origine?
A un anno dal nostro convegno sulla chiusura degli istituti, ci sembra significativo centrare l’attenzione su un aspetto tra i più importanti e critici del lavoro che si fa per garantire ai minori il diritto di vivere in una famiglia. I nuclei familiari d’origine hanno molti problemi: da un lato serve la prevenzione prima che intervengano situazioni di allontanamento dei minori. Essendo questa una scelta temporanea, ci sembra importante capire come lavorare con la famiglia mentre il ragazzo è allontanato, in quali casi ci sono i margini per poter ricostruire la “genitorialità”. Sostenere a livello educativo, psicologico, sociale ed economico questi nuclei, per fare il possibile – non lo è in tutti i casi – per permettere al minore di tornare a casa. È uno dei nodi più problematici. Lavorare con le famiglie, soprattutto quelle che maltrattano o sono molto fragili, è difficilissimo: sia nel valutare se ci sono margini, sia in caso di problemi psicologici, dove pur lavorando con entrambi i genitori, non si riesce a ritrovare le condizioni per la crescita adeguata del minore. Ma in molti casi, non sono sviluppati a pieno tutti i percorsi possibili affinché questo avvenga.

Dunque, un lavoro parallelo: mentre il figlio è in affido, si recuperano i genitori…
Esatto. La legge sulla chiusura degli istituti, richiamando il diritto del minore a vivere nella propria famiglia laddove è possibile, indica che quella è la strada maestra. Essendo molto complessa, bisogna impegnarsi di più, anche sperimentando progetti che mettono insieme competenze differenti. Molto lavoro viene fatto dai servizi sociali, ma esistono altri interventi di sperimentazione.

Quali sono queste esperienze concrete?
Sono progetti che cercano di sostenere le famiglie quando i minori sono allontanati, attraverso lavori di gruppo tra genitori, di sostegno nella quotidianità alle mamme. Oppure gli stessi nuovi luoghi di assistenza dei minori (comunità familiari o le famiglie affidatarie) hanno una parte di intervento importante nel mantenimento dei legami con la famiglia d’origine e nel suo sostegno. Inoltre esistono progetti con educatori che intervengono sul nucleo familiare prima di separarlo. O quando il minore rientra, interventi educativi con un accompagnamento per impedire che si ripresentino gli stessi problemi.

Queste esperienze danno buoni risultati?
Il legame affettivo primario con la propria famiglia è quello più importante da mantenere. Altro discorso se si tratta di nuclei dove maltrattano. Infatti non c’è da aspettarsi che in questi percorsi tutti diventino perfetti. L’attesa deve essere di condizioni sufficienti per il minore, ma in molti casi non sono quelle ideali, perché alcune fragilità possono essere sostenute, in parte colmate, ma non certo risolte. Esperienze dicono che il minore, quando è allontanato, sta un po’ meglio, l’adulto si sente sgravato dai compiti di cura e nell’immediato può concentrarsi su di sé, rinsaldando l’autostima. Percorsi che fanno crescere figli e genitori; poi, quando si ricongiungono, hanno qualche strumento in più per riuscire a stare insieme.

Il rapporto con le istituzioni è positivo? C’è un problema di risorse?
Sì, negli anni c’è stata una diminuzione di risorse. Sia i servizi sociali sia il Terzo settore, se da un lato stanno sviluppando qualitativamente buoni processi di lavoro, dall’altro si trovano in una situazione di fatica perché hanno fondi inadeguati. In particolare nella prevenzione, ambito in cui c’è stata una forte diminuzione di investimenti: il servizio sociale spesso si trova a lavorare solo con i minori segnalati e fatica ad attivare serie politiche di prevenzione. In alcuni Comuni la diminuzione radicale di assistenti sociali impedisce di fare un lavoro con l’attenzione che richiederebbero i tanti casi.

Rimane aperto il problema dei casi di chi non sarà mai né adottato né posto in affido. C’è quindi bisogno di comunità familiari che li accolgano…
È una necessità importante, perché in molte situazioni è impossibile che i minori vengano accolti, in molte altre anche per una scarsa disponibilità di famiglie. Come Caritas stiamo lavorando molto sulla promozione dell’accoglienza. Anche il Comune e la Provincia di Milano stanno spingendo sulla promozione dell’affido. Lavorare per la crescita di questa cultura è un elemento centrale.

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