La testimonianza di un dirigente scolastico: le prime vanno rinforzate e rassicurate perché non accettino passive quanto sta loro accadendo, ai secondi va offerta una alternativa positiva: punire è necessario, ma non basta...


Redazione

29/02/2008

di Anna Maria BASSETTO
dal 1986 al 2000 preside di scuole medie a Milano e provincia,
dal 2000 al 2005 dirigente scolastico di istituti comprensivi e scuole medie a Milano

Per rispetto della privacy ometto i nomi delle persone e delle scuole coinvolte, ma i fatti descritti sono realmente accaduti.

«Preside, c’è un signore che chiede un colloquio urgente con lei».
«Gli chieda di tornare tra un’ora perché non posso interrompere questa riunione. Poi lo ricevo».

Così, verso le 18 di un pomeriggio del febbraio 2005, entrò nel mio ufficio un signore assai robusto. Era il papà di un’alunna di prima media: dopo un periodo di nervosismo e angoscia, la figlia, su precisa richiesta della madre, scoppiando in lacrime aveva confessato di essere oggetto di minacce verbali e fisiche, di ricatti e di estorsioni, da parte di alcune alunne più grandi.

Passata l’iniziale paura, l’alunna aveva raccontato ai genitori che, da mesi, nei bagni femminili del primo piano alcune alunne, forse di terza media, la bloccavano e la minacciavano. L’avevano costretta a consegnare loro prima del denaro, poi collanine d’oro e braccialetti; infine l’avevano minacciata affinché ottemperasse alle pressanti e continue richieste anche nel percorso d’uscita dall’istituto.

Il papà mi chiese di intervenire, per tutelare la sicurezza della figlia e consentirle di frequentare con serenità e per punire le responsabili di comportamenti così gravi; contava sulla mia fama di persona che non sfugge alle proprie responsabilità e mi disse che comunque si sarebbe personalmente rivolto alla Polizia, con la quale per motivi di lavoro aveva contatti frequenti. In attesa che la scuola “facesse il suo dovere”, loro avrebbero tenuto a casa la figlia per proteggerla e perché riacquistasse serenità.

Eccomi di fronte a un caso complesso e delicato di bullismo: occorreva proteggere la vittima, garantirle una serena frequenza delle lezioni e nello stesso tempo individuare le responsabili dei gravi comportamenti denunciati. Mi intristiva constatare che i fatti fossero opera di ragazze, ma già alcuni anni prima, in un altro istituto comprensivo di Milano da me diretto, un’alunna di scuola media aveva subito violenza da una banda di ragazze del quartiere. Purtroppo nulla di nuovo sotto il sole!

Sostenuta e incoraggiata dai genitori, l’alunna riconobbe chi l’aveva minacciata, permettendoci così di predisporre un intervento per proteggerla e bloccare le violenze denunciate. Una delle ragazze responsabili, arrivata a scuola a settembre, frequentava irregolarmente e con scarso profitto: all’esterno aveva una compagnia di amici più grandi, poco amanti dello studio e frequentatori di luoghi poco sicuri. Molte volte, in quei mesi, avevo incontrato questa ragazza e i suoi genitori.

Sul comportamento e sul rendimento scolastico delle altre ragazze, invece, non c’erano preoccupazioni; di una di loro i docenti dicevano che, senza apparire, tenesse le fila di quanto accadeva in classe.

Contattai la stazione di Polizia e, a seguito di un mio esposto scritto, giunsero a scuola poliziotti in borghese, rivelatisi attenti e discreti. Si decise che il personale avrebbe garantito la sicurezza all’interno, mentre loro avrebbero sorvegliato all’esterno. Con riservatezza informai i docenti coinvolti e il personale non docente, chiedendo a tutti la massima discrezione e il massimo impegno; contattai il servizio di psicologia dell’Asl per avere il nome di uno specialista che potesse supportare l’alunna vittima di violenza e i suoi genitori.

Continuai a incontrare la ragazza maggiormente responsabile dei comportamenti violenti, per stabilire un patto che ponesse fine alle angherie e la motivasse a “giocarsi” nella scuola in modo positivo, così da poter essere ammessa agli esami di licenza media.

Tutti insieme ce l’abbiamo fatta: la ragazzina vittima è ritornata a scuola; le alunne più grandi, strettamente sorvegliate, hanno cessato le vessazioni; il personale della scuola ha rispettato i turni di sorveglianza predisposti e la Polizia ha sorvegliato all’esterno.

Nei casi di bullismo ènecessario agire “sulle vittime e sui carnefici”, rassicurando e rinforzando le prime perché non accettino passivamente nel terrore quanto sta loro accadendo e dando ai secondi un’alternativa positiva.

Punire è necessario, in modo che i responsabili sappiano che le regole non si possono impunemente infrangere, ma non basta: occorre anche far capire ai compagni che devono dire quanto sanno, per non essere complici delle violenze, e predisporre un progetto educativo che faccia sentire i bulli persone, importanti come ogni altro alunno per la vita della scuola, e dia loro visibilità senza dover ricorrere alla prepotenza e alla violenza.

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