A vent'anni dalla morte di padre David Maria, i Nuovi Trovadori hanno realizzato un CD con alcune delle sue liriche più intense. Un'iniziativa nata nell'ambito della Casa della Carità.

di Renzo SALVI

Turoldo cd Nuovi Trovadori

Un Cd musicale costruito sui versi di nove composizioni poetiche di padre David Maria Turoldo è un evento inedito e inatteso. Di Turoldo, di cui si celebra quest’anno il ventennale della morte, esistono gli Inni per la liturgia e la versione, in più redazioni, dei Salmi in forma lirico/metrica – l’ultima scrittura realizzata insieme al cardinal Gianfranco Ravasi – approdata all’edizione critica a cura di Espedito D’Agostini della Comunità di Fontanella in Sotto il Monte. Ma la poesia turoldiana non era mai approdata allo spartito ed all’esecuzione in canto.

L’impresa è riuscita – con esiti di ragguardevole qualità – ai Nuovi Trovadori, un gruppo musicale nato tra le molte iniziative della Casa della Carità che in questo modo persegue il mandato affidatole da Cardinal Martini di essere non soltanto presente sui fronti dell’emarginazione e del sociale, ma anche di promuovere e stimolare la cultura  nella città e nella Chiesa di Milano.

Le registrazioni di Torniamo ai giorni del rischio – anche il titolo è un verso turoldiano – è infatti un approdo dopo un itinerario di esecuzioni e di passaggi sulla scena di un progetto musicale che ha visto i versi di padre David convocare intorno a sé sonorità, sensibilità musicali, voci in canto e in recitativo provenienti da una molteplicità di terre e di culture del mondo: alla fine il gruppo musicale risulta costituito da dodici elementi, in cui cinque “legni” (contrabbasso, viola, violoncello e due violini) di giovani musicisti del Conservatorio di Milano fanno da supporto e si compongono con strumenti (chitarre, clarino, percussioni inconsuete e fisarmonica) ma soprattutto con voci e inflessioni provenienti da mondi slavo/zingari, centroamericani, asiatici e russi.

La musicalità, soprattutto nel caso delle poesie di pochi versi, quali Apocalisse 9, 15 e Io non ho mani, approda ad esiti che sorprendono: talvolta molto ritmati, altre volte struggenti sino alla lacerazione; dove il testo è più lungo, e viene comunque rispettato salvo trasposizioni minime, rarissime sintesi e talune iterazioni a tenere il fraseggio musicale, la proposta musicale lascia intuire le diverse fonti (anche etniche) di partitura e si riamalgama con le voci: notevole il testo «Io sono un frate dell’Ordine dei Servi di Maria, un Ordine di origine medievale…» tratto da In amore di Nostra Donna e “detto” da una voce di marcata inflessione indiana.

Per la Casa della Carità si tratta di uno sviluppo delle iniziative di integrazioni multiculturali e inter/etniche che già avevano avuto momenti di espressione artistica quali l’Orchestra Rom. Per l’Ordine dei Servi di Maria, e il Convento di San Carlo al Corso in Milano (che fa da produttore) di una delle iniziative promosse per ricordare il più illustre, forse, e certamente uno dei più bistrattati dei propri confratelli. Per tutti è un esempio della “produttività” artistica – e il termine può parer contraddittorio, ma dice che è poesia vera – dell’opera di David Maria Turoldo: voce tra le maggiori del Novecento in Europa, non solo nell’ambito dell’ispirazione cristiana. E voce di profeta. Il 21 novembre 1991, consegnando a padre David il Premio Lazzati, il Cardinal Martini volle infatti sottolineare che si trattava di un «segno della nostra riconoscenza  e del nostro desiderio di essere più attenti alle voci profetiche nella Chiesa, di valutarle meglio e anche se dobbiamo dissentire di farlo sempre con rispetto e amore per l’onestà con cui ogni profeta nella Chiesa parla quando è veramente mosso dallo Spirito e paga di persona per le cose che dice e sente».

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