Un progetto nato dall'incontro fra l'artista, stimato dermatologo milanese, e la comunità trappista di Valeserena (Pisa) che ha fondato un centro monastico ad Azeir, in territorio maronita, non lontano dal confine libanese. Tutte le opere sono in vendita a scopo benefico, fino al prossimo 2 novembre.

di suor Maria Francesca RIGHI
comunità trappista di Valserena

Bencini Siria

«Tra Terra e Cielo» è il titolo della mostra in corso a Milano fino al prossimo 2 novembre, per una raccolta fondi a favore delle vittime della guerra in Siria. Un’iniziativa che nasce dall’incontro tra alcune monache che hanno consacrato la vita all’Opus Dei e un pittore, Pier Luca Bencini (medico di professione e pittore di confessione), che ha consacrato la sua vita a esprimere nei suoi quadri lo splendore del disegno di Dio nascosto nella realtà, e in primo luogo nel cuore della creatura. I quadri di Bencini, infatti, sono tutti paesaggi con un cielo in vari colori e forme, una terra variamente disegnata, fiorita, deserta, devastata, illuminata, e una linea d’orizzonte che congiunge i due delineandone la separazione.

Fra terra e cielo sta la drammatica vicenda della Siria di oggi, che fa salire al cielo le lacrime per i suoi morti e i suoi profughi, le sue città e le sue chiese distrutte. Ma fra terra e cielo sta anche la preghiera di una minuscola comunità monastica che, a Valserena come ad Azeir, in Siria, fa salire al cielo le parole dei salmi presentate da mani pure e da un cuore senza ira e senza contese, perché è la preghiera di Cristo posta sulle nostre labbra umane.

Fra terra e cielo sta quindi la pittura del nostro amico Pier Luca che, portata a termine negli spazi liberi dal lavoro, cresceva in quantità e qualità, fino a che una monaca di Valserena non gli ha chiesto: «Ma perché non fai una mostra dei tuoi quadri?». Da lui stesso, dalla sua fede, è venuta poi la proposta di pensare a una rassegna benefica, in favore della Sira.

A noi monache di Valserena questi quadri piacciono. Non siamo critiche d’arte, non abbiamo alcuna competenza, ma l’arte è quell’opera che sa cogliere la bellezza nascosta nelle cose e la sa porgere a chi guarda in modo che da essa si possa scorgere la profondità del cuore dell’uomo, la profondità del cuore di Dio e la linea d’orizzonte che separa e unisce i due. «La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza – ha ricordato papa Benedetto XVI agli artisti, nell’incontro del 21 novembre 2009 -. L’autentica bellezza, infatti, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano».

La pittura somiglia un po’ alla preghiera monastica che entra nel cuore della lotta cosmica per la redenzione del mondo per intuire e comunicarne l’esito di pace promesso. E l’arte di Pier Luca Bencini nasce dalla sua fede. Come la nostra vita nasce e si alimenta dalla fede

Come la preghiera nasce e si nutre dalla fede. Quando papa Francesco ha indetto la giornata di preghiera proposta a tutto il mondo per la Siria ci è parso evidente che questo piccolo evento aveva lo stesso scopo: una pittura che si fa preghiera.

Chi andrà a visitare la mostra sarà anche accompagnato nella visita da diapositive che hanno lo scopo di illustrare la situazione della Siria e del suo popolo. Non per fare del dolore uno spettacolo, non per un’analisi politica della situazione, piuttosto per accostare alla contemplazione dei dipinti l’esperienza cristiana della compassione, davanti alla distruzione di una nazione che, come un tempo la Bosnia, era il modello della convivenza multietnica e interreligiosa.

In mezzo a quella carneficina, su un terreno che è stato all’origine del cristianesimo e del monachesimo antico, quattro monache di Valserena hanno piantato la croce, e hanno costruito un piccolo monastero che è in sé una piccola opera d’arte: un’oasi di pace nel deserto. A questo monastero continuano a guardare con speranza sia i cristiani maroniti del villaggio di Azeir, sia i musulmani che vi lavorano spesso come operai e che guardano con rispetto le nostre sorelle.

Basterebbe un soffio di vento per spazzar via le nostre quattro monache, ma, come è stato evidente per la giornata della Pace, la preghiera del mondo ha come sospeso per un attimo l’uso delle armi. Questa mostra per le vittime della guerra siriana, così, vuol essere una piccola realtà della stessa natura, una confessione di fede, la proposta di una contemplazione per vivere più profondamente la compassione.

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