Per i Corsivi del «Corriere della sera» esce l'ebook «La Civiltà del desiderio», che raccoglie i contributi dell'Arcivescovo e del filosofo. Pubblichiamo un estratto dei loro testi

Scola_Giorello ebook

Pubblichiamo un estratto da La Civiltà del desiderio de i Corsivi del Corriere della sera (la presentazione nel box a sinistra).

Giulio Giorello

Lo spunto del nostro confronto è fornito dalla questione, urgente e drammatica, di come «nutrire il pianeta»: questione resa ancor più evidente dalla cosiddetta globalizzazione; ma sfida antichissima: acqua e cibo erano già problemi enormi con il debutto delle grandi civiltà. Già dalla Mesopotamia dei Sumeri ci arriva una testimonianza – una composizione di sole 115 righe – ove Agga, sovrano di Kish, intima a Gilgamesh, re di Uruk, di mettere a disposizione le acque di quest’ultima perché quelli di Kish ne hanno bisogno. Il sovrano rifiuta, d’accordo con l’assemblea dei suoi giovani eroi, decidendo di resistere a chi pretende di «prosciugare i piccoli pozzi del Paese di Sumer». Dopo alterne vicende, in cui giocano il loro ruolo il coraggio e la magia, si arriva a un accordo di pacificazione. Lottare è importante per definire la propria identità, ma cooperare è ancora meglio, data la fragilità della creatura umana di fronte alla potenza della natura.

Questa storia insegna come la parola sia uno strumento prezioso di mediazione. (…) Ha ragione il cardinale Scola nel suo Cosa nutre la vita? «Non si vive di solo pane, ma anche di parole buone». Il Cardinale non può che fare riferimento alla Parola del Signore. Ma io credo che sia altrettanto importante, di fronte alla miriade di casi in cui si può produrre uno scontro tipo Uruk-Kish, tener contro pure delle parole di cui sono fatte le teorie scientifiche e i progetti tecnologici. (…) Se questa libertà di scambio verbale viene meno, si offusca la vita. Scola delinea i tratti di una tematica antropologica di grande spessore. Da una parte, noi siamo un intrico di bisogni, anzi di desideri. Anzi, talvolta vogliamo desiderare di desiderare. Ma a questo groviglio di affetti e di passioni, che innervano non solo la pura sopravvivenza, ma l’esigenza stessa di vivere meglio, cioè la tensione a modellare in modo più articolato e composito la nostra condizione, si sovrappone la rete dell’intelligenza. Intellegere vuol dire anche comprendere. Sto pensando a una ragione che non si pretenda signora assoluta delle emozioni, ma che lavori pazientemente sull’intrico delle nostre passioni con grande impazienza per la libertà.

Angelo Scola

(…) La questione del nutrire la vita, del nutrirsi in sé, non è cosa ovvia, che possiamo dare per scontata (…). Sarebbe astratto non mettere in campo subito una grave difficoltà propria del nostro tempo e dell’Occidente in particolare che, sia pur tra gravi contraddizioni e prove che non vogliamo sottovalutare, resta comunque una realtà opulenta. Mi riferisco alla riduzione del cibo a merce (…), un’espressione clamorosa della riduzione della natura del bisogno umano, del senso del bisogno, e comporta l’eliminazione dei molteplici significati simbolici e relazionali che la questione della nutrizione porta inevitabilmente con sé. Mi riferisco per esempio all’ospitalità, alla convivialità, all’arte culinaria… Formulerei la questione in questi termini: comprendere il bisogno per passare dal bisogno al desiderio. Quindi anche comprendere il bisogno del nutrimento per passare dal nutrimento come bisogno al desiderio. (…) Il bisogno, quando è ridotto a perseguire in termini esclusivi la propria soddisfazione nel senso materiale del termine, diventa inevitabilmente fonte di sopraffazione e, nella logica mercificata che abbiamo detto, porta sempre con sé violenza e guerra. È inevitabile. Invece il bisogno è primariamente e costitutivamente espressione di fragilità e di mancanza. (…) Questo vale per qualunque tipo di bisogno. Esso è il segnavia della domanda di altro, della domanda di compimento totale, di soddisfazione totale. L’uomo, a specifiche situazioni di bisogno, non risponde mai solo con reazioni preordinate, ma è sempre teso al superamento e al progetto. Hanno origine qui il lavoro e la cultura: l’uomo è sempre teso ad attribuire diversi significati agli atti stessi che gli sono necessari per soddisfare il suo bisogno.

Il bisogno quindi chiede una duplice apertura o, più precisamente, la manifesta come esigenza costitutiva della persona. Anzitutto è aperto a un’intelligenza inventiva che plasmi il bisogno, ne trasformi in continuazione i profili e i contenuti, giungendo anche a «dominarlo». Questo segnala l’emergere della dimensione specificatamente umana del lavoro: tutta la storia del lavoro documenta la capacità intellettiva e inventiva dell’uomo di affrontare il bisogno stesso.

La seconda apertura si rivela come tentativo di interpretare il bisogno e di rispondervi in maniera totalizzante: la potremmo chiamare, appunto, «desiderio». Il desiderio a ben vedere è la capacità di riformulare continuamente il bisogno ed è una fonte di creatività straordinaria. Dal bisogno di mangiare, abbiamo inventato l’arte culinaria; dal bisogno di coprirci, abbiamo inventato l’architettura. Il desiderio, nel tempo e sempre secondo modalità nuove, affrontando il bisogno e attraverso il lavoro, crea civiltà.

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