Il Barabba della “Passione” di Gibson si racconta, dalla conversione avvenuta sul set di quel film al successivo percorso teatrale concretizzatosi negli spettacoli “Il mio nome è Pietro” e “Giuseppe il misericordioso”, in scena a il 19 marzo a Barzanò in una serata a scopo benefico

di Marta VALAGUSSA

Pietro Sarubbi (foto Federico Buscarino)

Pietro Sarubbi è un attore noto al grande pubblico per aver interpretato il ruolo di Barabba nel film La Passione di Cristo di Mel Gibson. Proprio durante le riprese Pietro si convertì grazie a uno sguardo, quello dell’attore che interpretava Gesù nel film. Da questa conversione sono nato due spettacoli teatrali, uno su San Pietro, l’altro su San Giuseppe: quest’ultimo sarà in scena a Barzanò (Lc), al Palazzetto Paolo VI, sabato 19 marzo, in occasione della Festa del Papà.

Lei è rimasto deluso quando Mel Gibson le ha chiesto di interpretare Barabba. Avrebbe preferito una parte più consistente, come Pietro…
È vero, Barabba non lo conoscevo neanche. Litigai molto con Mel Gibson, perché mi proponeva un personaggio minore. Mi disse: «Ho bisogno della tua vera rabbia per il mio vero Barabba…». Si mise a discutere con me, l’ultimo degli attori, per riuscire a convincermi. Era innamorato del suo progetto, che prevedeva la mia presenza. Dopo dieci giorni, scoprii dal copione che Barabba non parlava. Altra delusione. Fare la comparsa, proprio no. Allora chiesi a Gibson una battuta. Mi rispose: «Non si può, non c’è nel Vangelo. Il valore dell’attore non sarà nelle parole. Che differenza credi ci possa essere tra Barabba che non parla e Pilato che parla in latino? Quello che il pubblico capirà è ciò che passerà dagli occhi di Gesù ai vostri occhi. Tutto il film passerà attraverso lo sguardo…».

Ed è proprio quello sguardo che ha cambiato la sua vita…
Quando ci siamo guardati, si è fermato tutto il set. Quello sguardo è durato un minuto, che nel mondo cinematografico è un’eternità. Nessuno diede lo stop e rimasero tutti incantati. Da quella notte non ho dormito per mesi: avevo sempre quello sguardo davanti. Quegli occhi portavano dentro una domanda.

Come trovò la risposta?
Ho vissuto un vero e proprio “frontale” con questa bellezza infinita. Certamente sul set era tutto finto. E mi chiedevo: «Ma come è possibile in un contesto del genere vivere questo incontro?». Poi, dato che lo Spirito Santo si diverte ad agire nei modi più imprevedibili, ho incontrato un sacerdote che mi ha regalato Deus caritas est, l’enciclica del Papa, che mai avrei letto in vita mia. Mentre viaggiavo in metropolitana, sfogliandolo, ho letto questa frase: «Il Signore sempre di nuovo ci viene incontro attraverso lo sguardo di uomini, con cui egli traspare». Ecco la risposta alla mia domanda.

Lei ha fatto testimonianze in tutto il mondo. Dove ha trovato la forza di raccontare ciò che ha vissuto?
Un amico mi chiese di parlare de La Passione di Cristo a un sacerdote ortodosso eremita, che viveva al confine tra l’Italia e la Svizzera. Parlammo molto. Gli posi il mio dubbio di portare la mia testimonianza in giro per il mondo, quando il mio cuore era ancora irrisolto. Davanti all’eremo il sacerdote aveva un roseto e gli chiesi come fosse fiorito. Lui mi disse che, quando i fedeli portavano rose alle immagini sacre, lui innestava il germoglio e creava così questo roseto. Poi mi indicò una zappa, con cui lavorava. Era storta, arrugginita, col manico rotto. Mi chiese: «Ti piace quella zappa?». “Se gli dico di sì – riflettei -, penserà che sono modesto. Ma se gli dico di no, gli sembrerò sincero”. Gli dissi: «Io non ne capisco molto, ma non mi sembra una grande zappa». Lui disse: «Hai ragione. È proprio brutta. Tu sei quella zappa lì, io sono quella zappa lì. Il roseto è l’opera del Signore che avviene attraverso quella zappa. Se ci fosse solo la zappa, se ci fossi solo io, non accadrebbe niente. Ma quella zappa usata da me, guidato dallo Spirito Santo, produce quel roseto. Vai avanti».

Da questa conversione nasce lo spettacolo teatrale Il mio nome è Pietro
Studiando questo personaggio, mi sono accorto che non c’è molto di Pietro prima del suo incontro con Cristo. Tutto accade con Gesù. La sfida dello spettacolo era rendere Pietro il più carnale possibile, soprattutto per i giovani, che sono più fragili, più smarriti, più feriti. Perché possano vedere la ruggine di Pietro e quanta tenerezza adopera Cristo per guardarlo. Cristo prende questo pennello spennato, per fare il suo capolavoro. Più è evidente la pochezza del materiale, più è evidente l’opera d’arte del creatore. Se tu prendi l’oro, è facile creare i gioielli. La grandezza sta nell’operatore, non nel materiale.

Come è nato invece lo spettacolo Giuseppe il misericordioso?
Io ho una tecnica particolare. Un attore deve diventare fisicamente il personaggio che interpreta: deve sapere cosa mangia, cosa beve, come dorme, come cammina, che voce ha, come si comporta. A quel punto costruisce un minimo di spazio scenico. Lo spettacolo su Pietro non aveva nessun tipo di scenografia. Meno cose hai, più devi fare tu, come attore: è molto più intrigante, più interessante, più vivo. In questo sono bravissimi i bambini, che creano un intero mondo dal niente. Basta tornare essere bambini, recuperare il fanciullino che è rimasto dentro di noi, anche se siamo cresciuti e ci siamo chiusi nel nostro guscio.

Lei ha detto che questo spettacolo è un inno al lavoro, un inno alla misericordia e un inno all’amore paterno. Questo è piuttosto insolito, in un’epoca in cui spesso i padri demandano alle madre il compito dell’educazione…
Ho avvertito forte la necessità di raccontare il rapporto padre-figlio, che è da riscoprire e recuperare oggi. Molti padri stanno perdendo una delle esperienze più belle della vita, cioè la possibilità di vivere come Giuseppe, non in funzione del figlio, ma per un figlio che non è suo, che gli è dato dal Signore. Se uno vivesse così la paternità, riuscirebbe a capire che agisce per conto del Signore.

E il tema del lavoro?
Giuseppe nello spettacolo dice: «Io so fare solo due cose: lavorare bene e pregare bene. Questo ho insegnato a Gesù». Mi sono trovato a riflettere sul tema del lavoro e sono giunto alla conclusione che non è vero che oggi il lavoro non c’è. Non c’è il lavoro che le persone vogliono: un lavoro senza responsabilità. L’artigiano invece ha un’enorme responsabilità, perché vive del proprio lavoro. Non ha un badge. Oggi invece la mentalità è: «Io timbro, poi è un problema dell’altro».

Il 19 marzo lo spettacolo ha uno scopo ben preciso…
L’obiettivo è quello di recuperare fondi per aggiustare le finestre della Scuola Primavera di Barzanò, un asilo dove 170 bambini vengono affidati ogni giorno dai propri genitori alle maestre e alla direttrice che hanno uno sguardo speciale per loro. Un asilo così è una ricchezza per tutti noi. L’idea che debba stare con le finestre rotte (e non ci pensi lo Stato) è una cosa per me sconvolgente. Ecco perché mi sono prestato subito per questa iniziativa.

 

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