La chiesa è un piccolo gioiello da riscoprire, alla periferia nord orientale della metropoli, un tempo cuore di un borgo autonomo. Ricca di storia, i recenti restauri ne hanno svelato segreti e importanti decorazioni trecentesche.

Testo e foto di Luca FRIGERIO

Crescenago Santa Maria Rossa

Difficile credere che ci si trova ancora nei confini della città di Milano. La chiesa di Santa Maria Rossa bisogna cercarla tra le vecchie case di Crescenzago, borgo di antica memoria ingoiato, come tanti altri, nel bulimico espandersi della metropoli. Bisogna cercarla, ma non è grande fatica. E soprattutto se ne viene generosamente ricompensati. I rossi mattoni a vista, la quieta penombra delle navate, lo sguardo severo del Cristo in maestà nell’abside racchiudono infatti ancor oggi un fascino arcano e discreto.

Pressochè ignorata dalle guide turistiche, l’illustre collegiata ha restituito, nel corso di recenti lavori di restauro, brani di affreschi di eccezionale qualità e rarità, databili tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo. Pochi, forse, si aspettavano una simile scoperta. Invece sotto la patina di polveri e di moderni colori sono riemersi i segni originari, i toni e gli sfumati d’un tempo. Come nel caso del grande affresco con il Pantocrate circondato dagli Evangelisti, fino a ieri considerato modesto rifacimento in stile, e oggi riconosciuto come autentico capolavoro medievale.

Una lunga storia, e alcune leggende, accompagnano la chiesa di Crescenzago. Nel 1140 si stabilì in questo luogo una comunità di canonici regolari che professavano la regola di sant’Agostino, i “rochettini”, come erano chiamati per via di quella toga in lino bianco che i religiosi indossavano sopra la tonaca. L’abbazia crebbe rapidamente di importanza e dimensioni, tanto da dar vita a varie filiazioni, mentre dal suo chiostro uscivano vescovi, cardinali, beati…

Proprio alla fine del XII secolo risale con ogni probabilità la chiesa tuttora esistente. L’edificio, in laterizi, presenta una semplice pianta basilicale a tre navate, senza transetto e con tre absidi semicircolari; ogni navata è suddivisa in cinque campate, irregolarmente quadrate o rettangolari. Otto massicci pilastri, di cui quattro in pietra e quattro in mattoni, reggono le volte, e sono cilindrici, ad eccezione dei due che delimitano a occidente il presbiterio, a fascio cruciforme. La facciata, molto rimaneggiata ma tutt’ora suggestiva, è a capanna con un marcato sviluppo in senso orizzontale, inquadrata da robuste paraste angolari sormontate da pinnacoli in cotto. Un’architettura, quella di Santa Maria Rossa, in cui si manifesta ancora viva la tradizione tardo-romanica lombarda, anche se già risulta evidente la nuova tendenza a semplificare le forme ed a creare una più marcata unità visiva secondo i moduli e le tendenze del gusto cistercense.

Narra la tradizione che Matteo Visconti, morto in questa abbazia nel 1322, vi fu sepolto segretamente poiché era stato scomunicato da Giovanni XXII. E ancor oggi la sua tomba non è stata ritrovata… Tra il Cinque e il Seicento si succedettero le consuete opere di trasformazione e di adeguamento alle necessità e ai gusti mutati. Vennero allargate le finestre, intonacate le pareti, rifatto l’altar maggiore. La canonica venne soppressa nel XVIII secolo e la chiesa divenne parrocchia. Il restauro di Santa Maria Rossa, benché effettuato nel 1922, risentì ancora dei criteri stilistici in voga nel secolo precedente, con la demolizione delle parti barocche e la stesura di una fastosa decorazione in “stile” medievale. Sotto la quale, appunto, sono stati fortunatamente riscoperti autentici tesori.

Alla base dell’abside, ad esempio, è apparso un raffinato finto panneggio, al di sopra del quale si affacciano dodici figure, di cui purtroppo sono rimaste solo le braccia e le mani: si tratta, quasi certamente, degli Apostoli, la cui presenza sarebbe strettamente correlata alla sovrastante Maiestas Domini. Il panneggio è inoltre interrotto nella parte sinistra da una particolare raffigurazione, un catafalco funebre sul quale è parzialmente visibile una figura giacente, un vescovo o un abate (a giudicare dall’abito), “vegliato” da due lampade a olio. Di chi si tratta? Di un santo patrono? Di una figura eminente dell’abbazia di Crescenzago? Non è possibile dirlo.

Assolutamente eccezionale appare inoltre quanto è stato scoperto nella volta del presbiterio, divisa in due da tralci di vite. La parte sinistra presenta la raffigurazione, purtroppo frammentaria, dell’Annunciazione e della Dormitio Virginis, e una splendida decorazione con grifi racchiusi in medaglioni. La parte destra, invece, è occupata da altri due episodi della vita di Maria: i Funerali della Vergine e l’Assunzione, a cui segue una fascia decorativa con leoni rampanti, ispirata, come la precedente, a tessuti di gusto bizantino.

Questi preziosi affreschi di Santa Maria Rossa sono databili agli inizi del Trecento, e l’intero ciclo decorativo, soprattutto in considerazione della presenza della scena funebre, potrebbe essere interpretato come una sorta di mausoleo dedicato a un illustre, e per noi ignoto, personaggio.

Dipinti che, secondo gli studiosi, potrebbero essere “letti” accanto a quelli ritrovati nella chiesa di San Francesco a Pozzuolo Martesana (assai prossimi sul piano stilistico e tematico), voluti nel 1295 dal cardinale Peregrosso, membro prestigioso della curia di Roma. È possibile che il porporato si sia rivolto ad artisti dell’ambiente romano per gli affreschi di San Francesco a Pozzuolo, e che abbia poi fatto da tramite per i canonici di Crescenzago? La maestà espressa dagli affreschi della chiesa rossa, la grande raffinatezza di forma e contenuti, sembrerebbero affermarlo.

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