Il 14 settembre 1321 moriva il Sommo Poeta nella città romagnola di cui era stato pastore, in quegli anni, un ambrosiano, che si era distinto per le sue missioni diplomatiche e per aver giudicato rettamente i Templari. A lui, nel settimo centenario della morte, è dedicato un convegno internazionale, mentre domenica 12 l'Arcivescovo di Milano celebra una messa solenne nella "sua" Concorezzo.

di Luca FRIGERIO

L’Italia e il mondo stanno celebrando Dante nel settimo centenario della morte. Ma quando l’Alighieri morì, a Ravenna, il 14 settembre 1321, la diocesi romagnola aveva da pochi giorni perso anche il suo illuminato pastore: il vescovo Rainaldo. Che fu un protagonista delle vicende ecclesiastiche e politiche europee a cavallo tra XIII e XIV secolo e che era originario della terra ambrosiana, appartenente al nobile casato dei Concorezzo.

Proprio per ricordare anche questo importante anniversario, dunque, la comunità parrocchiale e la città di Concorezzo, per iniziativa di diverse associazioni, dedicano al loro illustre «figlio» una serie di eventi, che culmineranno in un convegno internazionale, che si terrà dal 9 all’11 settembre presso il Cineteatro San Luigi, e nella messa solenne di domenica 12 settembre, alle 18, presieduta dall’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini (tutte le informazioni sul sito dedicato: www.sanrainaldo2021.it).

Rainaldo nacque attorno al 1260, probabilmente a Milano. La sua famiglia aveva dato alla città diversi membri di governo, ma anche comandanti militari, notai e uomini di cultura: a Concorezzo, appunto, vantava vari possedimenti. Da sempre legati ai Della Torre, con il prevalere dei Visconti i Concorezzo vissero una sorta di diaspora, spostandosi nei centri della pianura padana.

Rainaldo ebbe modo di studiare diritto nella prestigiosa università di Bologna, andando poi a insegnare a Lodi, dove entrò al servizio dell’influente vescovo Bongiovanni Fissiraga. Ordinato sacerdote fu quindi ammesso al seguito del cardinale milanese Peregrosso, figura eminente della cancelleria pontificia di quegli anni, che lo impiegò subito in missioni al di là delle Alpi, nelle quali dimostrò tutta la sua abilità in campo diplomatico.

Appena eletto, così, papa Bonifacio VIII ne fece uno dei suoi più fidati collaboratori. Dopo averlo nominato vescovo di Vicenza, infatti, nel 1298 lo inviò come nunzio apostolico per mediare la tregua tra il re di Francia, Filippo il Bello, e il sovrano d’Inghilterra, Enrico I. Rainaldo operò in maniera così brillante che il pontefice gli assegnò un’impresa ancora più difficile: pacificare la provincia della Romagna, dilaniata dallo scontro tra guelfi e ghibellini. Cosa che il Da Concorezzo fece in prima persona, mettendosi anche fisicamente tra i contendenti, al punto da restare ferito gravemente.

Per questo il clero locale lo volle sulla cattedra prestigiosa dell’arcidiocesi di Ravenna, che Rainaldo guidò premurosamente, indicendo sinodi e concili provinciali, promuovendo visite pastorali e creando corsi di studio per gli aspiranti sacerdoti (quasi dei seminari ante litteram), con uno spirito riformatore che sembra perfino anticipare certi orientamenti del Concilio di Trento.

Quando Filippo IV scatenò in Francia la sua ignobile offensiva contro i Templari, nel 1307, Rainaldo fu designato da papa Clemente V quale responsabile dei processi inquisitoriali per l’Italia settentrionale. Un incarico che l’arcivescovo di Ravenna svolse con profondo senso di giustizia, rifiutando di accettare le confessioni estorte sotto tortura e verificando invece la falsità delle accuse rivolte ai cavalieri del Tempio, assolvendoli infine dalle imputazioni di tradimento e di eresia.

Questo atteggiamento equanime aumentò la stima generale nei confronti di Rainaldo, ma ne causò anche la caduta in disgrazia presso la corte pontificia, ormai succube del re francese. L’arcivescovo si concentrò allora sull’attività pastorale, trascorrendo i suoi ultimi anni nel castello di Argenta, dove probabilmente morì, il 18 agosto 1321, in fama di santità (il suo culto fu poi ratificato da papa Pio IX nel 1852). Venne quindi inumato in uno splendido sarcofago paleocristiano nel Duomo ravennate, che nel corso delle moderne ricognizioni ha restituito anche preziosi tessuti e oggetti.

Come si è detto, meno di un mese più tardi, a Ravenna, dove aveva trovato rifugio, terminava i suoi giorni anche Dante. Da tempo gli storici si interrogano su quali rapporti possano essere intercorsi tra i due uomini: nessun accenno relativo al prelato milanese, del resto, si trova negli scritti dell’Alighieri. E tuttavia Dante e Rainaldo erano accomunati da esperienze e interessi, dall’essere stati in contatto con i medesimi interlocutori (a cominciare da Bonifacio VIII), e infine dall’aver vissuto l’ultima fase della loro vita nella stessa città. Senza contare che l’arcivescovo e il poeta erano pressoché coetanei e avrebbero anche potuto conoscersi fin dagli studi universitari a Bologna. Quel che è certo, è che un uomo come Dante, così profondamente legato al valore della giustizia, avrebbe senza dubbio apprezzato un uomo che ne fece il proprio vessillo come Rainaldo da Concorezzo.

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