Come a scioglimento di un voto fatto per la peste, nell'ottobre del 1578 il Borromeo si recò a piedi a venerare il Santo Sudario. In quell'occasione, i Savoia portarono la reliquia a Torino, dove si trova ancor oggi.

di Luca FRIGERIO

Sindone Carlo Borromeo

A piedi, senza paura di sporcarseli, lungo le vie della città dilaniata dalla peste, abbracciando la croce con il santo Chiodo del martirio sul Golgota. A piedi, senza timore di stancarsi, per contemplare il volto del Crocifisso impresso su quell’antico sudario…

San Carlo Borromeo aveva una particolare devozione verso la Sindone. E fu proprio per agevolare il pellegrinaggio dell’allora arcivescovo di Milano che, nel settembre del 1578, il duca Emanuele Filiberto di Savoia decise di trasferire la venerata reliquia dalla Sainte Chapelle di Chambery a Torino, decidendo poi di lasciare il Sacro Lenzuolo definitivamente nel capoluogo piemontese.

Il desiderio di contemplare quel lino dove, secondo la tradizione, era stato avvolto il corpo di Gesù deposto dalla Croce era andato acuendosi nel Borromeo proprio nei giorni tragici della pestilenza che sconvolse Milano e il suo territorio. E ora che il flagello era terminato, san Carlo, come per sciogliere un voto per grazia ricevuta, decise di partire per pregare personalmente davanti alla Sindone.

Il Vescovo si mosse da Milano domenica 6 ottobre, dopo aver celebrato in Duomo. Lo accompagnava una comitiva di quattordici persone, fra laici e prelati. L’intero percorso fino a Torino si sarebbe svolto a piedi, come gli antichi pellegrini, con tanto di bisaccia e di bordone. Lo stesso san Carlo aveva preparato gli esercizi di pietà e le meditazioni, da compiersi singolarmente o in gruppo durante il viaggio.

Presto la notizia del pellegrinaggio del Borromeo si diffuse lungo tutto l’itinerario, e una folla di persone attendeva e accompagnava i viandanti nei paesi via via attraversati. San Carlo aveva fatto sapere che, per la notte, non intendeva alloggiare in palazzi signorili, né tanto meno partecipare a banchetti in suo onore. Anzi, durante il giorno osservava il digiuno e, nonostante lo sforzo, i suoi compagni faticavano la sera a convincerlo a prendere almeno un po’ di frutta e mezzo bicchiere di vino.

Dopo quattro giornate di cammino, anche sotto la pioggia e nel fango, i pellegrini milanesi giunsero alle porte di Torino, dove vennero loro incontro lo stesso duca di Savoia, l’arcivescovo della città e moltissima gente del popolo. Nonostante gli inviti a riposarsi, il Borromeo volle recarsi subito a pregare in cattedrale, dove era stata deposta la Sindone.

Le celebrazioni solenni si tennero l’indomani. San Carlo, affaticato e con i piedi fasciati per le vesciche, presiedette la Messa e poi, finalmente, poté contemplare con i propri occhi il santo lenzuolo, adagiato su un tavolo nel coro del Duomo. Il gesuita Francesco Adorno, confessore dell’arcivescovo milanese e direttore spirituale del gruppo che si era recato a Torino, avrebbe dovuto tenere allora una meditazione appositamente preparata, ma l’emozione e la commozione di tutti fu tale, come egli stesso scrisse, che non riuscì a pronunciare parola.

Nel pomeriggio della domenica vi fu l’ostensione pubblica, in piazza Castello. San Carlo stesso, aiutato dagli altri vescovi presenti, reggeva e mostrava la Sindone ai fedeli, numerosissimi, accorsi da ogni dove per partecipare a quell’evento. E predicò per tutto il giorno, incessantemente.

Dopo una settimana il Borromeo si preparò a tornare a Milano, portando con sè una copia pittorica della Sindone che gli era stata donata dal Savoia, e che oggi è conservata, quale prezioso documento storico, nella chiesa parrocchiale di Inzago, nel decanato di Melzo (si veda l’articolo di approfondimento nel box). Ma prima di rientrare nella sua diocesi volle recarsi a Varallo, a meditare e a pregare fra quelle cappelle che andavano sorgendo come a formare una spettacolare, emozionante “nuova Gerusalemme”, in cui gli scultori e i pittori più insigni ridavano vita alla Passione di Gesù.

A Torino, per venerare la Sindone, san Carlo tornerà altre tre volte. L’ultima proprio nel 1584, pochi giorni prima, cioè, di concludere il suo pellegrinaggio terreno.

 

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