Fin dalla sua ordinazione nel 1563, il Borromeo volle mettersi sulle orme del suo grande predecessore quale vescovo della diocesi di Milano. In un bel dipinto del Cerano, le due figure dei santi patroni appaiono fondersi insieme come in un’unica immagine.

di Luca FRIGERIO

Alter Ambrosius, il nuovo Ambrogio. Così gli amici e i più stretti collaboratori di san Carlo si riferivano al Borromeo negli anni del suo episcopato, e così lo chiamerà papa Gregorio XIII e l’intero popolo ambrosiano dopo la sua morte, nel 1584, di fatto acclamandolo a gran voce quale compatrono accanto a sant’Ambrogio, appunto. E probabilmente così, in tutta umiltà, si vedeva lo stesso san Carlo, che fin dalla sua elezione alla cattedra di Milano volle in tutto e per tutto mettersi sulle orme del suo grande predecessore, ripercorrendone i gesti e le azioni, pastorali ma non solo, a dodici secoli di distanza, in un tempo che, per molti aspetti, sembrava presentare analoghe situazioni religiose, politiche e sociali.

Carlo Borromeo che volle essere ordinato vescovo proprio il 7 dicembre, giorno dell’ordinazione episcopale di Ambrogio. Che nella sua stanza teneva un ritratto dell’amato e antico vescovo, perché guardandolo gli fosse di conforto e d’aiuto. Che promosse, direttamente e indirettamente, le diverse edizioni delle sue opere, sostenendo la pubblicazione di un omeliario per i sacerdoti con i testi santambrosiani. Che difese con forza il rito ambrosiano, riaffermando il precetto per la festa del santo patrono e chiedendo che fosse celebrata in tutta la provincia ecclesiastica.

Carlo Borromeo che di Ambrogio imitò l’astinenza e la continenza, il sostegno ai poveri e la difesa dei deboli. Infondendo nella sua pastorale, come il vescovo del IV secolo, la centralità della figura di Cristo, la devozione per la Vergine Maria, il culto dei martiri. Ispirandosi a lui nella gestione dei rapporti con il potere statale, nel contrastare le nuove spinte ereticali, nel formare il clero e il popolo dei credenti.

È in questa prospettiva che si può comprendere il sorprendente, eccezionale ritratto di sant’Ambrogio eseguito da Giovan Battista Crespi detto il Cerano, destinato a ornare la facciata della basilica di San Pietro a Roma in occasione della canonizzazione di san Carlo, il 1° novembre 1610. Un dipinto apparentemente canonico negli attributi santambrosiani, con il pastorale e il libro a ricordare la missione e il ruolo del vescovo; e il noto flagello, che tuttavia in questo caso diventa quasi soltanto un elemento decorativo, una sorta di fascio di nastri svolazzanti che sembra voler negare completamente la natura offensiva dello strumento, lasciandogli unicamente la sua valenza simbolica, di fermezza e lotta coraggiosa contro ogni falsità e prepotenza. Proprio come avrebbe desiderato lo stesso Borromeo, che non amava le immagini “guerriere” di sant’Ambrogio, a cavallo e con la sferza, e che molto fece per sradicarle dall’immaginario collettivo ambrosiano…

Ma è soprattutto il volto a colpire in questa tela. E non solo perché Ambrogio è dipinto senza barba, ma soprattutto perché è ritratto per quei caratteristici lineamenti, a cominciare dal naso “pronunciato”, che rimandano immediatamente alle fattezze di san Carlo. Così da creare una impressionante sovrapposizione fra la figura di Ambrogio e quella del Borromeo, dove l’una si dissolve nell’altra in una completa identificazione fra i due santi, che ormai condividono anche il patronato celeste sull’ambrosiana gente. Come a fare di Ambrogio Carlo, quindi di Carlo il nuovo Ambrogio.

Se poi il bastone raffigurato non fosse un generico pastorale vescovile, ma proprio quello usato da san Carlo durante il suo episcopato, fissato negli occhi e nella memoria dei suoi contemporanei in occasione delle innumerevoli visite, cerimonie e processioni, allora la sovrapposizione diventerebbe totale, cedendo alla medesima figura qualcosa di Ambrogio, il dolce flagello, e qualcosa di Carlo, la verga del pastore. In un’espressione, la vediamo, di malinconica, paterna dolcezza, dove ogni severità è ormai svanita.

Finita la cerimonia della canonizzazione in Vaticano, il cardinal Federico Borromeo, successore e cugino di san Carlo, che forse aveva commissionato egli stesso l’opera, trattenne per sé il dipinto del Cerano, che poi confluì nella Pinacoteca Ambrosiana, da lui stesso fondata, dove ancor oggi si trova. Ma è interessante che di questa tela ne venne subito realizzata una replica fedelissima, forse per mano dello stesso Crespi, o più probabilmente ad opera di un copista specializzato come il Bustino, destinata alla Quadreria degli arcivescovi di Milano.

Sì, davvero san Carlo è stato l’alter Ambrosius. E i due santi patroni milanesi, ritratti insieme, divennero così un nuovo soggetto iconografico, come si ammira ad esempio nella smagliante tela di Giulio Cesare Procaccini conservata nel santuario della Beata Vergine dei Miracoli di Saronno. Dove l’uno appare come l’istitutore, nei suoi fondamenti, della Chiesa ambrosiana, l’altro il riformatore, che alla luce della pastoralità tridentina le ha restituito dignità e vigore.

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