Da Procaccini a Fede Galizia, i grandi capolavori che raccontano la processione del Borromeo nel 1576 durante la peste, con l'insigne reliquia della Passione di Cristo. Un gesto che verrà ripetuto in questa Quaresima dall'Arcivescovo Scola nelle diverse Zone pastorali della Diocesi.

di Luca FRIGERIO

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Un globo di luce rifulge dalla croce, e il Borromeo che la regge ne è come investito, circonfuso, illuminato. Come Mosè sul Sinai, sul volto del santo vescovo si riverbera il divino splendore, distendendone i tratti scavati in un’estasi mistica, languore dell’anima. In quei legni patibolari che Carlo ostenta alle folle, paradossale mistero, è l’immagine dell’umana salvezza, in quel ferro brunito e contorto la memoria del sacrificio redentore…

Il dipinto di Giulio Cesare Procaccini campeggia sui manifesti che annunciano la Via Crucis che, a partire da venerdì prossimo 10 marzo, sarà guidata dall’Arcivescovo, il cardinale Angelo Scola, nelle sette zone pastorali della diocesi, proprio con la reliquia del Santo Chiodo incastonata nella Croce di san Carlo. Reiterando, così, il gesto del patrono a invocare «la grazia della remissione dei peccati e a intercedere per la Chiesa e per la società civile un tempo di pace e di prosperità, libero da conflitti laceranti, da diffidenze paralizzanti e da paure che spingono all’odio».

Realizzato nel 1616, il capolavoro del Procaccini si trova nella parrocchiale di Orta San Giulio, affacciata sul delizioso lago novarese. Il tono asciutto e concentrato della composizione, la stesura solida e compatta, ne fanno uno dei vertici della produzione di Giulio Cesare, vicino ai modi austeri del Cerano, senza tuttavia rinunciare a una certa esuberanza pittorica di marca rubensiana.

La tela ricorda la processione penitenziale che l’arcivescovo Borromeo indisse il 6 ottobre 1576, in una città prostrata dalla peste, dove ogni famiglia piangeva i suoi morti. Nell’abbandono delle civiche autorità, per le vie di Milano san Carlo portava la croce con la reliquia del Santo Chiodo, indossando, come descrive il biografo Bascapé, «la cappa paonazza, con il cappuccio sulla testa, trascinando per terra lo strascico: aveva i piedi nudi, una fune attorno al collo, come si fa per i condannati…».

Ed è esattamente così che Gian Battista della Rovere, detto il Fiammenghino, rappresenta questo episodio in uno dei quadroni che nel Duomo di Milano illustrano la vita del Borromeo. Dipinta nel 1602, la scena riesce ancor oggi a trasmettere il ritmo lento e cadenzato della solenne processione che si snoda sotto un cielo livido e tempestoso, seguita da una folla numerosissima e implorante, dove ormai i ricchi e i poveri, i nobili e i derelitti sono come accomunati dalla tragedia del flagello in un unico grande “corpo” dolente.

Per recare in processione il Santo Chiodo – preziosa reliquia della Passione di Gesù, già citata da sant’Ambrogio e, secondo la tradizione, presente nella cattedrale milanese fin dal IV secolo -, l’arcivescovo fece costruire una croce in legno scuro incorniciata da un filo d’oro dipinto (oggi conservata nella prepositurale di Trezzo sull’Adda), con il ferro inserito al centro, in una teca di cristallo, come si nota, appunto, sia nel quadrone del Fiammenghino sia nel dipinto del Procaccini.

Numerose, comunque, sono le opere d’arte che raffigurano san Carlo che reca in processione la croce con il Santo Chiodo, a testimonianza di come questo episodio si sia impresso nella memoria collettiva, quale evento capitale dell’episcopato del Borromeo. Domenico Pellegrino, ad esempio, lo ha illustrato nella cappella stessa di san Carlo in Arcivescovado, mentre Cesare Nebbia, sempre nei primissimi anni del Seicento, l’affrescò nel salone d’onore del collegio Borromeo di Pavia. Così come Tanzio da Varallo, nella parrocchiale di Celio, a Vercelli, ce ne ha dato una versione di iconica potenza espressiva.

Ma una segnalazione particolare merita soprattutto la pala dipinta da Fede Galizia, forse già attorno al 1595. Originariamente collocata nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Milano e oggi conservata presso il Museo del Duomo, anche questa tela, apparentemente di una semplicità quasi naïf, mostra san Carlo a piedi nudi e in abiti penitenziali. Dove il volto del santo, pur rivelando la partecipazione alle sofferenze del popolo che gli è stato affidato, si distende in un sorriso di speranza, gli occhi fissi sulla preziosa reliquia. Mentre un raggio di sole dal cielo sembra già annunciare la fine della pestilenza.

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