Un’azione fondamentale di promozione cinematografica e della cultura “tout court” nel nostro Paese. Il punto con don Adriano Bianchi, presidente dell’Acec

Sala della comunità

Una storia resistente nel tempo, una disseminazione capillare, la capacità di animare periferie e realtà sociali diverse tra loro. Questi i risultati principali della ricerca “Il futuro della sala cinematografica. La sala della comunità come risorsa in un mondo che cambia” presentata sabato nell’ambito della 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La ricerca, promossa dall’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) e condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano coinvolgendo un campione di oltre 400 intervistati, fra gestori e parroci, si propone di ricostruire la presenza e la funzione attuale delle sale della comunità sul territorio nazionale. «Il nostro intento è rilanciare l’importanza della sala sul territorio – spiega don Adriano Bianchi, presidente dell’Acec -, perché possa davvero assolvere alla sua vocazione nella comunità. Una vocazione significativa di tipo culturale ed ecclesiale».

Il primo dato netto da un lato evidenzia la disseminazione capillare delle sale della comunità: ben 804 diffuse (pur con percentuali diverse) su tutto il territorio nazionale. Dall’altro, conferma la loro dimensione “storica”. Dallo studio emerge che le sale della comunità sono realtà resistenti nel tempo: il 18% esercita da 10-20 anni, il 21% da 20-40 anni, ma ben il 33% è attiva da 40-60 anni per arrivare a un 17% che opera da più di 60 anni.

«Le nostre sale hanno storia molto lunga – commenta don Bianchi -: questo ci dice che sono realtà che non sono solo un ambiente fisico, ma un progetto fatto di persone che, negli anni, è stato capace di adeguarsi al cambiamento culturale ed ecclesiale e di rinnovarsi non solo dal punto di vista tecnologico». Un’attenzione che si declina «nella continua formazione degli operatori e nella lettura dei tempi e dei linguaggi, anche dal punto di vista culturale, che ci permettono di incontrare il tempo presente e rileggerlo con linguaggio specifico alla luce dell’esperienza del Vangelo».

Secondo dato rilevante è la capacità delle sale della comunità di animare realtà sociali diverse tra loro. Dalla ricerca emerge infatti una tendenza a distribuirsi equamente in centri abitati di dimensioni differenti: il 19% delle sale è attivo in paesi fino a 5 mila abitanti, il 25% in centri da 5 mila a 10 mila abitanti, il 17% in cittadine da 10 mila a 20 mila abitanti e il 16% in centri da 20 mila a 50 mila abitanti. Seguono il 10% di sale situate in centri da 50 mila a 100 mila abitanti e infine un 13% in città con più di 100 mila abitanti.

Ma non si tratta soltanto di una questione di dimensioni, spiega il presidente dell’Acec, «la collocazione nelle periferie delle città più grandi – dove il 65% delle sale della comunità fa da presidio ad aree periferiche – fa sì che molte sale vadano ad animare quartieri e luoghi distanti dal centro, diventando così spazio di incontro. I piccoli contesti da abitare sono quelli dove la comunità vive e, allo stesso tempo, la comunità ha bisogno di luoghi e di persone che si incontrano».

Un vero e proprio presidio sociale, una funzione di aggregazione e di vivificazione del territorio che le sale svolgono anche nelle centinaia di cittadine di provincia, da Nord a Sud. «In paesi sotto i 10 mila, i 5 mila abitanti – continua don Bianchi – rappresentano un punto di ritrovo per la comunità, che non vive momenti comuni solo in chiesa, ma anche nella sala, come nell’oratorio e nel campo sportivo parrocchiale». In questo senso l’offerta si amplia grazie allo sforzo di ospitare attività ed iniziative di altre istituzioni/associazioni per tessere legami territoriali. Le sale, inoltre, si prestano anche a un’altra funzione che, lungi dall’essere un momento stantio e datato, si conferma invece una frequentata opportunità di crescita e di confronto: il cineforum. «C’è ancora il gusto di trovarsi insieme a parlare di un film per ascoltare una presentazione, gestire un dibattito – chiosa il presidente Acec -, e questo diventa anche un’occasione pastorale perché il cinema pone tantissimi temi su cui è possibile trovare uno stile di dialogo con tutti».

Le sale della comunità infatti fanno da polo di attrazione per un pubblico intergenerazionale: dagli adulti (raggiunti dal 92,06% delle sale) ai più giovani (il 53,97% delle sale raggiunge il pubblico sotto i 9 anni e il 40,87% quello tra i 10 e i 14 anni), per arrivare agli anziani (il 34,13% delle sale coinvolge un pubblico di over 65).

«Questa ricerca serve a fare il punto della situazione – conclude don Adriano Bianchi – ma anche a guardare avanti. È un’esperienza culturale ed ecclesiale che ha bisogno di guardare al futuro per reinterpretare e rileggere in maniera creativa la sua missione all’interno della comunità e della Chiesa».

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