Ha ancora senso parlare di arte sacra? Oppure è meglio riferirsi a “religiosità” nell’arte? Se ne è discusso in una tavola rotonda a margine della mostra allestita a Palazzo delle Paure per l’Anno della Fede

di Marcello VILLANI

Padre Andrea Dall'Asta

“Religione e modernità. L’arte sacra contemporanea”: questo il tema della tavola rotonda tenutasi ieri sera a Palazzo delle Paure a Lecco. Una riflessione approfondita a cui hano preso parte Gianluigi Daccò, curatore della mostra “Riflessi di fede nell’arte contemporanea” (allestita proprio a Palazzo delle Paure fino all’8 settembre), l’assessore comunale alla Cultura Michele Tavola, il prevosto di Lecco monsignor Franco Cecchin e Paolo Biscottini, direttore del Museo Diocesano di Milano.

Si è partiti proprio dalla mostra – allestita nell’ambito dell’Anno della Fede – per riflettere su quali siano oggi i confini del sacro nell’arte. «Se il Sacro è il luogo di Dio – ha spiegato Biscottini – non può essere soltanto il desiderio del bello a spingere l’artista e a fare delle sue opere delle rappresentazioni “sacre”». Di contro l’assessore Tavola, nella vita di tutti i giorni critico d’arte, ha ricordato come non si possa più parlare di arte sacra come si faceva due secoli fa e, per fare degli esempi, ha citato la libertà di alcuni artisti contemporanei nel loro approccio con il sacro: dalla cappella di Santa Maria del Rosario di Vence di Matisse alla Rotko Chappel di Houston, fino alla Chiesa Rossa di Milano, opera del minimalista Dan Flavin. Opere di grande spiritualità, ma non certo “sacre” nel senso più classico.

Daccò ha espresso un giudizio abbastanza severo sull’arte sacra che, dopo aver dominato la scena (occidentale) per secoli, a suo dire si è ridotta ormai a poca cosa. Tanto che oggi si erigono chiese espressione dell’“ego” artistico dei singoli architetti, in modo magari quasi completamente slegato dal significato intrinseco degli spazi liturgici. Sacro e profano, insomma, si stanno fin troppo confondendo. Alfredo Chiappori, famoso vignettista e scrittore, ha discusso a lungo col prevosto Cecchin relativamente ai canoni della “nuova” arte sacra.

La tavola rotonda è giunta alla conclusione che bisogna recuperare precisi “distinguo” tra sacro e profan. Come avveniva un tempo, insomma, la Chiesa deve pretendere il rispetto dei canoni liturgici e di preghiera da un’opera che si vuole pretendere “sacra”. «Sempre che – ha però replicato padre Andrea Dall’Asta, direttore del Centro San Fedele – i committenti ecclesiastici abbiano una preparazione e una consapevolezza nel dialogo con gli artisti». Dall’Asta ha anche spiegato che, da quando Cristo si è fatto uomo ed è morto in Croce per noi, il rapporto Dio-uomo è diventato intimo, diretto. Non più un Dio calato dall’alto, una teofania. Ecco perché, per Dall’Asta, non ha più senso parlare di arte sacra, ma di religiosità nell’arte.

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