Viaggio fra chiese, abbazie e chiostri del territorio varesino, pregevoli testimonianze dell'architettura e dell'arte sacra fra X e XII secolo. Un patrimonio ricco e vasto, di cui proponiamo sette brevi profili

di Luca FRIGERIO

Gemonio

Ci sono luoghi densi di storia, le cui mura ancor oggi risuonano di secolari preghiere e invocazioni. Chiese di pietra viva, e non solo per il solido materiale che le compone. Luoghi costruiti dalla fede dell’uomo, come Casa di Dio, casa di tutti, in quella stagione di straordinaria rifioritura religiosa e culturale che è stata l’epoca romanica. Quando «un bianco mantello di chiese» rivestì l’Europa intera.

Anche il territorio della provincia di Varese è ricco di testimonianze dell’arte e dell’architettura romanica. Sacri edifici millenari, sorti in mezzo alla gente, fra comunità monastiche, lungo le vie di pellegrinaggio, o a presidiare luoghi isolati come sentinelle nella notte.

In questo semplice itinerario ne proponiamo alcuni, consapevoli che l’elenco del patrimonio medievale varesino è ben più ricco e articolato. Si tratta comunque di luoghi estremamente significativi per l’arte lombarda tra l’XI e il XIII secolo, dove talora si riscontrano elementi derivati dalla tradizione milanese o comasca (quando non addirittura d’Oltralpe), ma dove spesso ci si trova di fronte a soluzioni del tutto inedite, caratteristiche proprio di quest’area geografica, che sono poi state adottate anche in altri cantieri romanici dell’alta Italia.

Un percorso che vogliamo porre idealmente sotto la protezione di quella splendida Madonna col Bambino conservata al Museo Baroffio del Sacro Monte sopra Varese, capolavoro scultoreo di Domenico e Lanfranco da Ligurno. Quella Madre e quel Figlio scolpiti magistralmente nella pietra che, con sguardo sorridente e mano benedicente, accoglievano i fedeli che salivano alla soglia del santuario di Santa Maria del Monte. Allora come noi oggi, pellegrini del Terzo millennio.

ARSAGO SEPRIO: San Vittore
Quella di Arsago Seprio è una delle pievi più antiche di Lombardia. In un’appartata cornice erbosa si possono ammirare la basilica di San Vittore e il battistero, che sorgono assai vicini l’una all’altro. A lungo gli studiosi si sono interrogati sui motivi di una simile collocazione, per cui l’edificio battesimale non è stato realizzato, come solitamente accade in epoca romanica, accanto alla chiesa, ma esattamente davanti, e quasi a ridosso della facciata. Secondo un uso, però, che potrebbe derivare direttamente dalla tradizione paleocristiana.
La vicinanza delle due costruzioni, in ogni caso, accentua ancor più la potente compattezza delle masse murarie, in cui il prevalere dei pieni sui vuoti genera una sensazione di solidità imponente. Grandi pietre squadrate si alternano a tratti in conci più piccoli, dove l’unico motivo ornamentale è rappresentato da una fascia continua di archetti ciechi.
Il medesimo gusto per la massa potente e compatta lo si ritrova nel battistero, che si presenta ottagonale, seppur con lati diseguali. L’interno, tuttavia, sorprende per il complesso gioco volumetrico, con il matroneo e le nicchie, alla ricerca di una dilatazione dello spazio.

BREBBIA: Santi Pietro e Paolo
Una sorta di cubo, solidissimo e dagli spigoli taglienti. Così si presenta la pieve dei Santi Pietro e Paolo a Brebbia, risalente agli ultimi anni del XII secolo.
Decorazioni ridotte al minimo, quel poco per far sobbalzare l’occhio sulla sporgenza di una colonnina, una piatta lesena, una modanatura attorno alla finestra strombata. Ma non si tratta di avarizia estetica, tutt’altro. È come se ogni energia fosse stata concentrata, sapientemente, nel generare un effetto cromatico complessivo, sobrio e potente al medesimo tempo, raffinato quanto efficace. Conci grandi e regolari, squadrati, giustapposti con arcaica perizia su file orizzontali: una muratura cangiante nelle diverse ore del giorno, mutevole nelle stagioni, ora esaltata dalla luce radente, ora acquietata nell’allungarsi delle ombre.
L’interno è a tre navate con ampio transetto. Dove ritroviamo quella sensazione di solidità, accentuata dalle poche aperture.

GALLARATE: San Pietro
Sorge nel cuore stesso della città di Gallarate, la piccola chiesa di San Pietro. L’edificio è semplice e raccolto, ad aula unica, ed è stato anche in parte ricostruito in epoca borromaica e nel corso dei restauri dei primi anni del Novecento. Ma la preziosità della sua muratura esterna ne fanno un piccolo, delizioso gioiello dell’architettura romanica varesina.
Mentre il fianco settentrionale è privo di decorazione, quello meridionale presenta nella parte alta un’elegante galleria, dove snelle colonne in fitta schiera reggono archi a tutto tondo che si intrecciano fra loro.
Diversi gli elementi scolpiti: i capitelli della facciata con motivi geometrici, mentre quelli sui lati hanno foglie stilizzate o figure animali. A questi si aggiungono alcune fasce con decorazioni vegetali e figure umane, inserite nella muratura.
Un “mistero” riguarda la porta d’ingresso della facciata, che non è al centro, ma spostata sulla destra. Frammenti dell’originario portale romanico, del resto, vennero ritrovato nel 1903, quando fu abbattuta la vecchia sacrestia.

GANNA: San Gemolo
L’antica badia di San Gemolo a Ganna, sulla strada che porta a Bedero Valcuvia, appare solida come una fortezza, nel contrasto fra il grigio e il rosso della pietra e il bianco degli intonaci.
L’origine della chiesa si ricollega a un fatto drammatico, accaduto nel 1047, quando un gruppo di pellegrini d’Oltralpe venne assalito in questa zona dai briganti, e il giovane Gemolo immolò la sua vita per difendere i compagni. Sulla sua tomba venne eretta una cappella, attorno a cui i monaci cluniacensi crearono ben presto un cenobio e un ospizio per i viandanti.
Il complesso così come oggi ci appare è il risultato di varie epoche costruttive, ma l’impostazione romanica è certamente quella che più si evidenzia. Una struttura massiccia, che non concede fronzoli né facili estetismi. La chiesa non ha quasi facciata, perché, come in altri templi lombardi della medesima epoca, il campanile le sorge direttamente addossato.
Suggestivo è il chiostro, dall’insolita forma pentagonale (probabile richiamo simbolico alle ferite del Cristo crocifisso), i cui archi più antichi poggiano su pilastrini ottagonali in cotto.

GEMONIO: San Pietro
Fondata nell’VIII secolo, la chiesa di San Pietro a Gemonio – appartenente alla diocesi Como – fu ricostruita prima del Mille, come testimoniano alcune piccole finestre dalla conformazione particolarmente interessante. Ma l’edificio fu poi più volte ampliato e ricostruito.
L’attuale navata sinistra, ad esempio, è databile all’XI secolo, così come l’abside maggiore. Il possente campanile, in particolare, è considerato quale prototipo di una tipologia comune nel Varesotto, contraddistinta da proporzioni slanciate e da una massa muraria compatta, con specchiature sovrapposte in cui trovano posto le aperture. Una tecnica costruttiva che appare ben diversa da quella della tradizione comasca.
Splendido e raro è l’altare riportato alla luce dai restauri degli anni Sessanta: intonacato e decorato con croci e stelle a sei punte, è di probabile matrice carolingia, e potrebbe quindi risalire alla primitiva cappella.

SESTO CALENDE: San Donato
Grazie ai restauri appena conclusi, oggi la chiesa di San Donato a Sesto Calende torna a risplendere. Fondato durante il regno carolingio di Lotario, il tempio fu interamente rifatto in forme romaniche tra la fine dell’XI secolo e i primi anni del XII, da maestranze che avevano ben presente il grande cantiere della basilica milanese di Sant’Ambrogio. E che tuttavia ripresero qui anche soluzioni e modelli tipici delle basiliche erette in quello stesso periodo a Pavia, sotto la cui giurisdizione episcopale, del resto, era posta proprio l’abbazia di Sesto.
La chiesa, inoltre, mantiene uno dei rari esempi di nartece giunti fino a noi: concepito in origine aperto con tre arcate sulla fronte e due sui lati, è stato successivamente chiuso.
L’interno è a tre navate, ma l’impianto medievale è stato in gran parte modificato da interventi successivi. Splendidi capitelli romanici, così, “convivono” in San Donato con espressive pitture del Quattro e del Cinquecento.

VOLTORRE: il Chiostro
Non ci sono più monaci nel chiostro di San Michele a Voltorre. Ma qualcosa di quell’antico salmodiare è rimasto, come mormorate preghiere impigliate tra gli archi, come un canto fattosi pietra.
Voltorre è un piccolo paese, una frazione di Gavirate, quasi affacciato sul lago di Varese. Il monastero benedettino che qui sorse rivestì un ruolo di primo piano nelle vicende religiose dell’area varesina tra il XII e il XIII.
Oggi il chiostro, seppur privato della sua originaria destinazione, è lì tutto da ammirare, splendida gemma della civiltà romanica in Lombardia. Quattro lati, diversi fra loro. E tante colonnine e capitelli, tutti differenti l’uno dall’altro, con motivi vegetali, animali, uomini, creature fantastiche. Dove nulla appare casuale, ma tutto si rivela frutto di una attenta regia, di un articolato progetto. Non stupisce, allora, che per il chiostro di Voltorre noi abbiamo il nome e la firma del maestro che lo realizzò: Lanfranco di Ligurno, il cui nome compare su uno dei capitelli, insieme alla qualifica di “magister”.

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