A 20 anni dalla scomparsa, il volume di Giovanni Bianchi e Giuseppe Trotta ripercorre la vita del costituente e del monaco che tanto ha influito nella storia del cattolicesimo italiano del Novecento.

di Pino NARDI

Dossetti Jaca Bianchi Trotta

«La sapienza del cristiano è una sapienza storica (vocazionalmente, ma apparentemente minoritaria) in grado di leggere il mutamento dei “segni dei tempi” negli eventi e in personaggi già inquadrati da un giudizio che parrebbe consolidato. Dossetti non si lasciò mai catturare nella sua ermeneutica sapienziale dagli stereotipi correnti né dalle ideologie dominanti». Scrive così Giovanni Bianchi nel volume Dossetti rimosso (Jaca Book, 159 pagine, 12 euro) che raccoglie testi elaborati con Giuseppe Trotta.

Sono passati 20 anni dalla scomparsa di Giuseppe Dossetti (15 dicembre 1996), figura centrale nel cattolicesimo italiano del Novecento. Partigiano, protagonista di primo piano alla Costituente, vicesegretario della Dc. Lasciata la politica, diventato sacerdote, al fianco del cardinale Lercaro a Bologna, assume un ruolo significativo al Concilio. Ha poi scelto la vita da monaco, fondando la Piccola famiglia dell’Annunziata. Per un lungo periodo lontano dalla vita pubblica italiana, negli ultimi due anni di vita si è impegnato nella difesa e promozione della Costituzione, quando ha ritenuto che fosse messa a rischio la prima parte della Carta del 1948.

Eppure la sua figura molto spesso è rimossa, alimentata più dai pregiudizi. dei suoi detrattori, che dalla promozione dei suoi estimatori. Dossetti, dopo Antonio Rosmini, è il grande rimosso della cultura e della Chiesa. È lui stesso ad avere suggerito il rapporto con Rosmini e una circostanza li accomuna: la difficile “traducibilità” delle rispettive esperienze oltre i confini nazionali. Eppure, Dossetti ha avuto la ventura di essere studiato da subito, durante l’impegno politico, benché il monaco di Monte Sole sia stato in politica sette anni in tutto, compresi quelli passati da partigiano.

Rivisitarne non tanto la memoria, ma il lascito culturale può essere un’operazione di ricostruzione nella fase in cui il cattolicesimo politico si trova alla fine di un ciclo e le politiche vincenti si presentano senza fondamento. Un’occasione anche per i più giovani di conoscere da vicino una figura che tanto ha influito nella formazione delle coscienze dei cattolici italiani. «Per questo deve essere riscoperto – scrive Bianchi – non per tesserne gli elogi, ma per servirci degli strumenti tuttora lucidi che ha accumulato in una lunga esistenza nella sua sacca degli arnesi. Le contrapposizioni risultano essere fin troppo facili ed estese: il fondamento contro la superficialità, il silenzio contro il chiasso delle parole e più ancora delle immagini, la meditazione e il discernimento al posto dello scoop. Un grande rimosso, tuttavia incredibilmente attuale. Non per una ricetta che consenta di decidere e agire, ma per ricostruire una grammatica insieme spirituale e politica».

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