L'analisi di Remo Bodei su un tema complesso e importante che sarà al centro del prossimo Festival della Filosofia in terra emiliana.

di M. Michela NICOLAIS

Bodei

Dalla “magnanimità” di Aristotele allo splendore provvisorio ed effimero del “selfie”. Si potrebbe riassumere così la parabola del termine “gloria”, tema dell’edizione 2014 del Festivalfilosofia, in programma dal 12 al 14 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo in 40 luoghi diversi delle tre città. La quattordicesima edizione del festival (www.festivalfilosofia.it), che ha totalizzato oltre un milione e mezzo di presenze in tredici anni, prevede lezioni magistrali, mostre, spettacoli, letture, giochi per bambini e cene filosofiche. Quasi 200 gli appuntamenti, tutti gratuiti. Tra i protagonisti: Bauman, Augé, Nancy, Galimberti, Marzano, Severino, Recalcati, Bianchi, Baricco e Bergonzoni. Ne parliamo con il filosofo Remo Bodei, presidente del Comitato scientifico del Consorzio per il Festivalfilosofia, che parlerà di gloria come “luce” e terrà una delle “lezioni sui classici” sul concetto di gloria come “riconoscimento” in Hegel.

“Gloria”: un termine antico di cui si è perso il significato?
Sicuramente è un termine desueto, che nei secoli si è andato articolando in diverse maniere, in senso politico, militare e anche teologico, basti pensare alla ‘gloria in excelsis Deo’. In origine, l’idea di gloria era legata all’amore, alla fama, al potere: è lo splendore della gloria, che acceca perché legato al sole, alla verità – come recita il titolo di un’enciclica di Giovanni Paolo II, la Veritatis splendor – e che possiede di per sé un’aureola di bellezza. Già Leopardi, tuttavia, aveva in qualche modo declassato la gloria, che definiva ‘un ideale troppo alto’. Oggi la gloria si presenta come qualcosa di leggermente degradato: si è trasformata in celebrità, termine che alla radice ha l’aggettivo ‘celeris’, cioè che passa in fretta. ‘Ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità’, diceva Andy Warhol.

La gloria come “celebrità” ha a che fare con l’audience. Quanto è pervasivo il modello delle “vite spettacolari”?
Nelle democrazie moderne la gloria ha a che fare con il bisogno di ciascuno di farsi conoscere e di essere riconosciuto. Ai funerali si applaude, milioni di persone hanno pianto ai funerali di Lady Diana, pur non avendola mai conosciuta. Personalità di nessun merito, come Paris Hilton o Britney Spears, diventano membri dello ‘star system’. Se la gloria oggi è desueta, è soprattutto a causa dei regimi totalitari, dopo i quali gli eroi e i monumenti sono caduti e diventati anonimi come il Milite Ignoto. Dopo la de-colonizzazione, l’Occidente è in ritirata, e con esso l’idea della gloria come appannaggio di grandi individui superiori agli altri. Ciascuno ha la sua gloria, che viene conosciuta e riconosciuta, spesso indipendentemente dal merito. Chi non può permettersi una gloria in proprio, cerca di mettersi sotto i riflettori di qualcun altro, pur di poter affermare ‘io ci sono’ e di apparire. È una gloria che si consuma molto in fretta.

La gloria, per gli antichi, era legata alla virtù e al medito individuale, e dunque anche alla fatica e al sacrificio, che oggi sono invece “valori a perdere”…
In passato abbiamo figure come Alessandro Magno che imita Achille, portando sempre con sé una copia dell’Iliade; Giulio Cesare che imita Alessandro Magno; Napoleone che imita sia Alessandro che Cesare, nella spedizione in Egitto… La gloria, insomma, come passaporto per l’immortalità, affidata alla memoria degli uomini: attraverso la gloria, la propria vita veniva affidata ai posteri. Con il cristianesimo, ci si è spostati dalla gloria terrena alla gloria di Dio, e la virtù è diventata l’umiltà: ogni forma di gloria veniva condannata come superbia. Alla base dell’idea di gloria c’era quindi l’idea di persone eccezionali, che compivano grandi gesta e riuscivano a sedurre la maggior parte degli uomini, grazie alla loro aureola di superiorità. Rimane una traccia di tutto questo nell’inchino che ancora oggi fanno i giapponesi, tanto più profondo quanto più è importante l’individuo a cui ci si rivolge: bisogna chinarsi per non essere abbagliati dall’aureola del potere che costui rappresenta.

Oggi la “gloria del momento” è associata al dio denaro: il mondo antico, a partire da Omero, aspirava all’immortalità. È ancora possibile oggi lasciare una traccia di sé che vada oltre il sé?
In democrazia nessuno può svettare più degli altri: nessuno può aspirare alla gloria, semmai alla notorietà e all’efficacia. Abbiamo abbassato le pretese, soprattutto in democrazia, essendo in definitiva l’uguaglianza ciò che la caratterizza. Negli Usa, ad esempio, si può eleggere qualcuno come Presidente, ma nel contempo si può anche disprezzarlo, perché non è che un semplice esecutore degli interessi dei cittadini. Ciononostante, lasciare una traccia duratura di sé è ancora possibile: penso a scienziati come Einstein o come Sabin, l’inventore del vaccino contro la poliomelite, o a grandi direttori d’orchestra come Claudio Abbado… Non solo i grandi scienziati che hanno fatto del bene all’umanità, ma anche ciascuno di noi ha la capacità di lasciare una traccia permanente di sé: la gloria resta in noi, anche se diminuita di intensità.

Quali sono oggi i “sogni di gloria” dei giovani, in un mondo degli adulti che non lascia ad essi molto spazio?
Secondo una recente ricerca statunitense, i giovani di oggi vogliono diventare astronauti, autori di best-seller, musicisti, sportivi, divi del cinema, così come in passato volevano essere santi, anacoreti, eremiti. Eroi di grande visibilità: è la visibilità la caratteristica più legata a questo fulgore: una luce che vuol dire farsi notare, venir fuori dal grigiore, come recita l’etimologia del termine ‘egregio’… La declinazione contemporanea della gloria è lo splendore provvisorio del presentarsi davanti alle telecamere, magari in veste di cantante o di calciatore alla Messi o Balotelli. Meteore: sic transit gloria mundi.

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