La Pinacoteca di Brera "svela" i suoi capolavori del XVII secolo - dalla forte impronta borromaica - in una grande rassegna, anche con capolavori "inediti" o provenienti dai depositi. Fino al prossimo 9 febbraio.

di Luca FRIGERIO

Francesco Cairo Santa Caterina Siena

L’idea era geniale: riunire in un’unica opera i migliori pittori del momento, ciascuno con il suo stile, ognuno con la sua sensibilità. A futura memoria di una stagione artistica esaltante, quella borromaica d’inizio Seicento.

Scipione Toso, nobile collezionista milanese, fu il sagace committente del dipinto, che doveva raffigurare il martirio delle sante Rufina e Seconda. Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, Giovanni Battista Crespi detto il Cerano e Giulio Cesare Procaccini furono i tre maestri scelti per l’impresa: come a dire, i protagonisti assoluti sulla piazza ambrosiana.

Il risultato di questa insolita sfida fra talenti è il celebre “quadro delle tre mani”, com’è da sempre noto, “manifesto” eloquente di quel Seicento lombardo che oggi una nuova mostra a Brera racconta e indaga nei suoi aspetti più significativi.

Un’epoca unitaria e tuttavia variegata, stilisticamente parlando, proprio come rivela la tavola oggetto dell’artistica gara: dove al Morazzone, dinamico illustratore di battaglie, spettò forse il ritratto dei carnefici; al Cerano, drammatico per temperamento, fu affidata probabilmente la parte sinistra del dipinto, con la macabra raffigurazione della martire decapitata; mentre Procaccini, alfiere di una pittura più soave (nel segno di un revival correggesco), potrebbe aver chiuso la scena sulla destra, dove Rufina è confortata dall’angelo. Sempre che i tre pittori non si siano divertiti, invece, a “mischiare” stili e accenti, facendosi magari il verso l’un con l’altro, giusto per rendere più stimolante il confronto e più arduo il giudizio dei posteri…

Cinquanta le opere presentate in questa bella rassegna braidense, tutte appartenenti alla Pinacoteca Nazionale stessa, nata in età napoleonica per raccogliere quanto di meglio era stato prodotto sul suolo italico in campo pittorico per renderlo fruibile ad un pubblico più vasto, anche a costo di smembrare antiche collezioni o privare le sedi originarie dei loro capolavori (il dipinto “delle tre mani”, ad esempio, era nella Quadreria degli arcivescovi di Milano…).

Opere, queste del XVII secolo in mostra, oggi paradossalmente di difficile accesso (almeno in parte), perché, pur di altissimo valore, sono conservate di norma nei depositi di Brera, causa la cronica mancanza di spazi espositivi. Altre, invece, provengono da chiese sul territorio, soprattutto del milanese, a cui la Pinacoteca le ha da tempo affidate. Tutte, in ogni caso, sono state restaurate, ripulite o comunque nuovamente studiate per l’occasione.

Notevole dunque è il colpo d’occhio, che permette di abbracciare in un unico, articolato percorso, un secolo troppo a lungo ignorato, e forse persino poco amato, “schiacciato” fra la potenza espressiva di un Caravaggio e il gusto esuberante di un Tiepolo. E che invece è tutto da riscoprire, nei suoi accenti ad un tempo lirici e naturalistici, monumentali e quotidiani, con un’attenzione all’ambito profano, ma che sembra esprimersi pienamente proprio in quell’arte sacra che, secondo i dettami del Concilio di Trento, doveva commuovere ed educare, ispirando i sentimenti più alti.

Come fa, in altissimo grado, Francesco Cairo con la sua Santa Caterina da Siena, ad esempio, nella resa di un’estasi intimamente spirituale, e che tuttavia vibra nella carne stessa della mistica, segnata dalle stimmate del Crocifisso.

O come riesce a interpretare, in maniera mirabile, quel Daniele Crespi che la peste di manzoniana memoria porterà via troppo giovane (come un’intera generazione d’artisti, del resto), nei suoi possenti ritratti dei santi Pietro e Marco, teste dalla forza caravaggesca e dall’espressività desunta dalle omelie di san Carlo stesso.

O come ancora incarna quell’Antonio d’Enrico, detto Tanzio da Varallo, piemontese d’origine e lombardo di cultura, sui cui volti scavati già si riverbera la febbre di una società inquieta e tormentata, di quel gran teatro che è il mondo…

Ma il Seicento pittorico in Lombardia parla anche un linguaggio al femminile. Ed è quello espresso da Fede Galizia, maestra di un’arte gentile ma non leziosa, di una pittura delicata eppure toccante. Come dimostra, fra gli altri, il suo «Noli me tangere» dal ritrovato fulgore, dopo il recentissimo restauro. Dove il Risorto, con passo di danza, dialoga con una Maddalena che sembra il ritratto della pittrice stessa, mentre angeli bambini giocano nel sepolcro ormai vuoto e la luce di una nuova era sorge a illuminare l’umanità redenta.

 

 

La mostra Il Seicento lombardo a Brera
è aperta sino al 9 febbraio 2014
presso la Pinacoteca di Brera a Milano (sale 30-34).
Catalogo Skira.
Orari: 8.30-19.15 da martedì a domenica.
La mostra si visita
con il biglietto della Pinacoteca
(10 euro intero, 7 euro ridotto).
Informazioni,
tel. 02.72263.257
 www.brera.beniculturali.it

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