Si tratta di un capolavoro del X secolo. Collocato in origine nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano, oggi è uno dei gioielli del Museo Diocesano.

di Luca FRIGERIO

sant'ambrogio

«Manca solo la voce, perché tu creda di vedere Ambrogio redivivo». Lo scriveva Francesco Petrarca in una lettera ai familiari, nell’agosto del 1353, a proposito di un ritratto del Dottore della Chiesa, che il poeta non cessava di ammirare visitando la basilica di Sant’Ambrogio. Petrarca, infatti, si trovava in quei mesi a Milano, e la città e la sua gente erano per lui fonte di continue scoperte.

L’antico manufatto è attualmente esposto nel Museo Diocesano di Milano, e ne costituisce una delle opere più importanti e preziose. Si tratta di un grande stucco policromo da cui emerge il busto del vescovo Ambrogio, con la testa plasmata quasi a tutto tondo. Il santo è raffigurato in posa frontale, il capo nimbato, la veste liturgica composta da pallio e casula: la mano destra accenna a un gesto benedicente, mentre la sinistra regge un libro aperto, su cui possiamo leggere, in caratteri gotici, la scritta «Sanctus Ambrosius».

Anche noi oggi non possiamo che condividere l’entusiasmo del Petrarca per quest’opera. Il raffinato e potente modellato, infatti, ne fanno una figura vibrante, «un’immagine così viva e piena di spirito», come osservava il cantore di Laura, «che non è facile dire quanta sia la gravità del volto, la maestà dell’aspetto, la serenità dello sguardo».

Particolarmente studiato da Achille Ratti sul finire dell’Ottocento, allora prefetto della Biblioteca Ambrosiana, il tondo è stato giustamente accostato, per stile e tecnica di esecuzione, agli stucchi che ornano lo splendido ciborio nella stessa basilica di Sant’Ambrogio, che è un capolavoro dell’epoca ottoniana. Il nostro ritratto del patrono milanese, dunque, deve essere collocato nella seconda metà del X secolo, in un periodo cioè di grande “riscoperta” della figura e degli scritti di Ambrogio, opera di una bottega lombarda di altissimo livello.

La “vivezza” dell’opera, d’altra parte, doveva essere ancor più esaltata dalla colorazione originaria, di cui oggi rimangono soltanto poche tracce nascoste da varie ridipinture, dove il colore blu dello sfondo contrastava vivacemente con l’oro e il rosso dell’abito episcopale. Mentre il santo, sovrapponendosi in basso alla cornice, pare addirittura sporgersi in avanti verso lo spettatore.

Evidente, inoltre, è la derivazione di questa immagine altomedievale dalla celebre raffigurazione di sant’Ambrogio presente nei mosaici della Cappella di San Vittore in Ciel d’Oro, risalenti alla fine del V secolo, da sempre ritenuta l’iconografia più “realistica” dell’aspetto del vescovo. Uguali sono infatti l’attaccatura dei capelli, la bocca con il labbro inferiore pendente e perfino le alte arcate sopraccigliari.

Ancora lo stesso Petrarca, del resto, ricordava come il ritratto da lui ammirato fosse, secondo la fama popolare, “somigliantissimo” alla vera effigie del santo.

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