Nella chiesa Santi Apostoli e Nazaro Maggiore in scena uno spettacolo unico nel suo genere: un dialogo tra il vescovo cattolico Claverie e il suo autista musulmano, uccisi in Algeria nell’agosto 1996

di Stefania CECCHETTI

Agnello-Bassotto
Francesco Agnello e Lorenzo Bassotto

Immaginate un suggestivo concerto di hang – l’originale strumento metallico dalle sonorità tibetane ideato in Svizzera – all’interno di una cappella gremita di pubblico, nel centro di Avignone, nei periodo in cui la città ospita il Festival teatrale più importante di Francia. A esibirsi è Francesco Agnello, percussionista e regista franco-italiano. È un concerto a porte aperte, letteralmente; così, quando un artista di strada si ferma a suonare la fisarmonica proprio davanti al portone della chiesa, la serata rischia di essere seriamente compromessa. Agnello non si perde d’animo e che fa? Interrompe la sua musica e invita l’artista in chiesa per esibirsi insieme. La fisarmonica suonerà canzoni di Édith Piaf e l’hang farà l’accompagnamento ritmico. Questo gesto di apertura commuove profondamente due frati domenicani presenti tra il pubblico, tanto da spingerli a raggiungere Agnello dopo il concerto per proporgli di prendere parte a un progetto artistico che hanno nel cuore: la messa in scena della storia del vescovo di Orano, Pierre Claverie, recentemente beatificato da papa Francesco, ucciso in Algeria durante la guerra civile il 1° agosto 1996 insieme al suo giovane amico e autista musulmano Mohamed Bouchikhi.

Il monologo teatrale, che andrà in scena venerdì 20 settembre alle 21 nella Basilica dei Santi Apostoli e Nazaro Maggiore a Milano, è quindi, fin dalla sua nascita, una storia di incontri. Spiega il regista, Francesco Agnello: «La richiesta dei due frati mi ha sorpreso. Conoscevo il martirio dei monaci di Tibhirine, ma non ricordavo la storia di Pierre; così, prima di accettare mi sono documentato. Cercando su Internet mi sono imbattuto in un video in cui Pierre interveniva al telegiornale sui problemi in Algeria e ho scoperto un uomo che aveva una tale potenza e carisma da sentirmi chiamato in causa. Non potevo rimanere insensibile a quello che aveva fatto e così ho accettato la sfida di mettere in scena la sua storia».

Lo spettacolo, la cui scrittura viene affidata al domenicano Adrien Candiard, si ispira agli scritti di Claverie, selezionati e riportati fedelmente. Dell’amico autista, invece, non rimane che un piccolo taccuino di appunti, su cui il ragazzo ha voluto lasciare il proprio testamento spirituale, in vista di una morte che sentiva come un rischio concreto. Dal taccuino, ritrovato dopo l’esplosione che li uccise, sono tratte le poche parole testuali di Mohamed, che per il resto usa parole immaginarie. Vengono declamate solo alla fine dello spettacolo, in un momento di grande pathos, come spiega l’attore che interpreta il monologo nella versione italiana, Lorenzo Bassotto: «È molto emozionante, ma anche difficile leggere quelle parole alla fine dello spettacolo; in quel momento c’è una sorta di stacco e l’attore in qualche modo ha già staccato la spina della tensione scenica. Mohamed dice che ringrazia chi troverà e leggerà il suo quadernetto, chiede perdono e poi conclude sottomettendosi a Dio e invocando la sua tenerezza. Parole molto importanti e toccanti». Bassotto racconta anche della complessità del mettere in scena due voci molto diverse: «Il monologo è già una bella sfida per un attore. Qui ancor di più, perché si portano in scena due personaggi con energie diversissime, un vescovo e un ragazzo di 20 anni».

Non è solo l’età a dividere Pierre, vescovo cattolico, e Mohamed, fedele musulmano: la religione potrebbe tracciare un solco incolmabile tra i due, che invece diventano amici. «La forza del testo – spiega ancora Bassotto – sta proprio in questo: sentire un ventenne musulmano che parla di amicizia con un vescovo cattolico e vedere il vescovo che lo tratta come un amico. Il loro rapporto è il nucleo dello spettacolo, insieme al tema del dialogo interreligioso, che ha una grande forza in questo momento storico. È un argomento molto sentito, perché la gente ormai ha a che fare tutti i giorni con chi professa un altro credo. C’è sempre una diffidenza di fondo verso l’altro, perciò questa storia che parla di amicizia, prima che di dialogo, ha molto da dire».

Non è la prima volta che Agnello e Bassotto collaborano mettendo in scena testi di stampo religioso: in occasione del Giubileo hanno portato in scena i Fioretti di san Francesco, poi il Profeta di Gibran e il Vangelo secondo Matteo. «È molto diverso lavorare a un testo di finzione o con una storia vera, tanto più se bella e drammatica come quella di Pierre e Mohamed – spiega il regista -. Una storia che non può non coinvolgere: abbiamo cominciato con pochi spettatori e siamo arrivati a 1500 repliche in otto anni. In Italia, oltre a Milano, ci sono già una quindicina di date in programma. In questi anni abbiamo toccato dieci Paesi, tra cui la Terra Santa, il Marocco e, ovviamente, l’Algeria, dove siamo stati lo scorso 8 dicembre, in occasione della beatificazione dei martiri algerini, alla presenza dei familiari delle vittime. Un momento veramente intenso».

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