Una recensione del “Canto a Cristo” di Arnoldo Mosca Mondadori pubblicato dall’editrice Morcelliana

di Luigi MARUZZI

Canto a Cristo copertina

Stelle, galassie, cieli, universi: per parlare dell’essere sublime che solo in “Lui” possiamo riconoscere, siamo quasi sempre obbligati a chiamare in nostro soccorso tutto lo scibile umano in fatto di cosmogonia. Ma come si fa a rivolgere un simile rimprovero ad Arnoldo Mosca Mondadori, autore di “Canto a Cristo”? Le sue metafore, per quanto ardite e al limite dell’eresia, non potrebbero mai risuonare come ossimori, visto e considerato che la libertà lirico-espressiva consentita sul terreno della trascendenza è (e deve essere) massima. La sua materia, a mio avviso, sembra invece qualcosa di più autentico.

Diciamo allora che ci sono più modi per approcciare questo scritto, ma sicuramente quello che nel libro abbonda è la poesia. Per esempio, amo riascoltare versi come «E chiamerai in un frammento di istante tutte le primavere, e la vita» (Assenza); oppure «e spostavi il diapason di tutte le cose» (Canto notturno) – che andrebbe gemellato con «vibrazione eterna/ che tu hai voluto nel tempo» (Canto notturno). Trovo poi che sia molto bello il passo che dice: «Dammi un giorno gli albatros della tua conoscenza» (Canto notturno).

Questo libretto di Arnoldo Mosca Mondadori, pubblicato lo scorso settembre dall’editrice Morcelliana, segna il suo passaggio ad una maturità nuova. Se vogliamo captare i rari (ed inequivocabili) segnali che l’autore stesso tende a nascondere sotto una trama così complessa, è altrove che occorrerà dirigere il nostro sforzo. Se scrive «Ora capisco l’uomo che non crede, ne capisco la natura» (Assenza) oppure «sublime canto che mi aveva abbandonato» (Dopo l’Eucarestia), sta parlando della stessa cosa: la sua parola si sta nutrendo di una solidarietà umana mai espressa così nitidamente prima d’ora. E poi, però, bisognerà collocare gli esiti di questa operazione all’interno di un ordine ermeneutico, e avere il coraggio di sovvertire la “logistica” del comporre decidendo di partire da passi come «il fiore inatteso che ora riconosco dopo tanta oscurità» (Dopo l’Eucarestia) che più avanti implode in una vera e propria professione di fede: «Nelle tue membra furono crocifissi i soli e ogni coscienza umana perché potessero finalmente vivere nel profumo del tuo concepimento» (Canto notturno).

È comunque vero che la ricorrenza di certe espressioni porterebbe a considerare non del tutto recisi i legami con la scrittura di “Imprigionati nella gloria” (2017). Leggiamo, per esempio, «E risalirono dagli inferi le anime dei dannati» (Assenza); «Le tue altissime lontananze/ ora dominano il cuore: / sono il centro da cui si irradia/ non solo il sangue» (Dopo l’Eucarestia); «e quei grumi di sangue/ erano tutte le galassie dell’universo/ che scendevano e salivano attratte da te/ per entrare nella tua agonia» (Canto notturno). Ma questo non fa altro che confermare che siamo di fronte ad un testo ricco di voci ispiratrici, capace di contenere anime letterarie diverse: dal canto alla trascrizione stenografata di un’esperienza mistica, dalla proposta di un salmo moderno ad una preghiera senza freni.

Ho letto l’ultimo libro di Arnoldo Mosca Mondadori, tra San Giovanni Rotondo e Pavia. A distanza di qualche giorno ho voluto rileggerlo da cima a fondo, cercando di neutralizzare nella mia mente le caratteristiche tipografiche ed ogni tentazione di richiamo retorico. Insomma, una specie di esperimento, che mi ha procurato uno straordinario stato di energia spirituale, euforico e violento, di totale estraniamento dalla realtà, bruscamente interrotto dalla delusione di aver raggiunto troppo presto la meta della parola “fine” dopo la faticosa conquista di una sorprendente rincorsa.

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