Un breve itinerario in tre tappe alla scoperta di altrettante "icone" del Giubileo straordinario che sta per chiudersi: il Crocifisso della Misericordia nel Duomo di Milano, il "Ritorno del Figliol prodigo" in Santa Maria del Suffragio, le "Sette opere di misericordia" al Museo Baroffio del sacro Monte sopra Varese.

di Luca FRIGERIO

Baroffio misericordia

Come in tutte le cattedrali e nelle chiese giubilari del mondo, anche nel Duomo di Milano domenica scorsa, 13 novembre, si è chiusa la Porta Santa della Misericordia.

Dalla mistica penombra del tornacoro, ha vegliato sulla solenne celebrazione anche una grande Croce di legno, dalla foggia particolare e insolita, inserita in una nicchia sotto il finestrone settentrionale dell’abside. Si tratta del Crocifisso della Misericordia, così ribattezzato dalla pietà popolare, per le molte grazie concesse a quanti, nei secoli, vi hanno sostato in preghiera.

Sulla Croce sagomata al modo orientale, il Cristo è rivestito di una dalmatica, e, secondo la tradizionale iconografia bizantina, non è ritratto morto o agonizzante, ma vivo e già trionfante. Il capo è leggermente inclinato a sinistra, gli occhi sono bassi, la bocca socchiusa: i capelli e la barba ombreggiano e quasi nascondono i lineamenti sereni del volto santo. Le parti scoperte del suo corpo – le mani, i piedi e la testa – emergono in rilievo, essendo dipinte su sbalze di legno applicate alla croce stessa.

Come raccontano le cronache medievali, il Crocifisso sarebbe stato portato a Milano attorno al 1100 dal vescovo Pietro Grosolano, di ritorno da una missione a Costantinopoli, e collocato all’interno dell’antica cattedrale di Santa Tecla. Successivamente fu traslato nella cappella di San Donato, presso il Castello di Porta Giovia (nucleo visconteo dell’attuale Castello Sforzesco). Ma dal 1499 il sacro manufatto, che ha subito ripetuti rimaneggiamenti, venne di nuovo trasferito nel Duomo allora in costruzione, «affinché – come si legge nei documenti della Fabbrica – non venisse meno la devozione al Crocifisso per secoli venerato».

Questa significativa icona ambrosiana della divina misericordia può essere il punto di partenza per un breve itinerario fra le numerose testimonianze d’arte sacra, antiche e moderne, dedicate a questo particolare tema.

Restando a Milano, ad esempio, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in corso XXII marzo, accanto al grandioso ciclo di affreschi realizzato da Aldo Carpi nell’immediato dopoguerra, si può ammirare una toccante rappresentazione del Ritorno del figliol prodigo, firmata da un altro protagonista del panorama artistico italiano del Novecento: Luigi Filocamo.

Dando forma alla nota parabola, il pittore milanese mostra il giovane, pentito, il volto fra le mani, i vestiti stracciati, buttarsi in ginocchio davanti al padre, implorandone il perdono. E l’uomo si fa innanzi e già si inchina verso quel figlio che sembrava perduto, e che invece ora è tornato, pronto a risollevarlo e a stringerlo nell’abbraccio. Da una finestra s’affaccia una donna, che alza al cielo lo sguardo e le mani, come in un muto ringraziamento. Mentre un servitore appare sulla soglia della casa, portando una candida veste. Con il cagnolino, citazione dal dipinto del Murillo del medesimo soggetto, che scodinzola felice per il padrone ritrovato.

In secondo piano, a sinistra, un angelo osserva la scena e, sul fondo, il figlio maggiore è invitato a unirsi alla festa per il ritorno di suo fratello: ma il suo atteggiamento duro e scontroso rivela un sentimento poco incline alla riconciliazione…

Filocamo, secondo il suo stile, crea un’atmosfera di rarefatta eleganza, dove tutto si svolge come in un tempo sospeso, senza voci né clamori. Attualizzando la pagina evangelica in un’ambientazione contemporanea – siamo nel 1954 – e dando alla figura del padre i lineamenti realistici di un benemerito della parrocchia del Suffragio, l’architetto Ottavio Cabiati.

Infine, sempre sul tema del Giubileo straordinario voluto da papa Francesco, salendo al Museo Baroffio del Santuario e del Sacro Monte di Varese si può scoprire una deliziosa tela di scuola italo-fiamminga del tardo XVI secolo dedicata proprio alle Sette opere di misericordia corporale.

Dove una folla di derelitti e di emarginati si avvicina a quanti dispensano cibo e solidarietà, vestiti e acqua fresca, a ristorare i corpi come le anime. Mentre altri uomini e donne di buona volontà si recano a dare conforto ai malati, a visitare i carcerati, dando sepoltura ai defunti o accogliendo chi non ha una casa.

E nell’alto dei cieli appare il Cristo, il Salvatore che alla fine dei tempi, come annunciato nel vangelo di Matteo, verrà a giudicare tutti gli uomini, proprio a partire dall’amore donato. Proclamando che «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

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