Al Museo Diocesano, Laura Morelli ha dato forma e immagine ad un progetto dell'associazione "L'abilità", creando in otto stanze installazioni artistiche con gli oggetti usati nella vita di ogni giorno. Per uscire dal "guscio" del disagio e dell'indifferenza.

di Luca FRIGERIO

Maternage Morelli

Voci, stanze, oggetti. Un percorso fra le emozioni, un viaggio nei sentimenti: quelli dei familiari dei bambini con disabilità. Che devono affrontare un’avventura ignota, faticosa, a tratti tremenda, contando per lo più solo sulle proprie forze. Ma che può essere anche straordinaria, toccata dalla grazia di un amore davvero speciale.

Maternage è il titolo della mostra allestita presso il Museo Diocesano a Milano. Un’installazione artistica realizzata da Laura Morelli, che ha dato forma e immagine a un progetto dell’associazione L’abilità, che da quasi vent’anni ormai esplora frontiere di aiuto e benessere dei minori disabili, come anche dei loro genitori e fratelli, promuovendo una nuova cultura della disabilità. Gli oggetti e i ricordi affidati dalle famiglie stesse, così, sono diventati i “passi” di un cammino concreto e poetico ad un tempo, che coinvolge il visitatore nel territorio di un quotidiano per lo più inesplorato, in un crescendo di condivisione che porta a diventare da spettatori, compagni di viaggio.

Otto le stanze “arredate” dall’artista. Con un “ingresso”, una sorta di introduzione, costituita da una splendida opera proprio del Diocesano, quel Cristo nell’orto degli ulivi, dipinto nei modi di Francesco Cairo, che nell’oscurità del Getsemani sembra rievocare l’ombra che inizialmente può avvolgere i genitori a cui è annunciata la disabilità psichica del figlio, e la medesima tragedia interiore per tutto quel che comporta, fino all’invocazione: «Passi da me questo calice».

Ha pianto Gesù, nell’orto degli ulivi. E un tappeto di cipolle è steso all’interno della prima stanza: lacrime amare, lacrime di delusione, lacrime di paura per una prova che non si sa come affrontare, né se si avranno le forze sufficienti a sostenerla. Con sopra un grande globo dalla superficie a specchio, dove riflettersi e dove riflettere, sul proprio futuro di madri e padri, e sul destino di questa creatura “diversa”, ancora più fragile, ancora più debole, più bisognosa d’affetto e di cura.

Intanto le voci raccontano. Voci adulte, alternate a voci infantili: genitori e fratelli che ci fanno partecipi di squarci di vita vissuta, di dubbi risolti e irrisolti, di problemi piccoli e grandi, ma anche di situazioni divertenti, momenti di serenità conquistata.

Per ognuno di questi racconti, un oggetto, una “cosa”, un “testimone”. Disposti nella seconda stanza come un grande mosaico, sembrano le tracce di una qualsiasi famiglia, frammenti di quotidianità come tanti, e solo esaminandoli a uno a uno ci si accorge, in mezzo a peluches e giocattoli, libri illustrati e bavaglini, di presenze “particolari”: testi sull’autismo, medicinali specifici…

Nella stanza successiva elementi ospedalieri e strumenti di laboratori chimici sono letteralmente immersi in materiali che Laura Morelli definisce “primari”: foglie, a indicare quella natura e il bisogno di libertà che essa porta con sé; saponi, per lavare via il senso di disagio, l’imbarazzo causato da chi non riesce a capire, l’affanno di giornate senza sole; sabbia, improbabile cuscino di chi non può mai veramente abbandonarsi al sonno, ma deve restare vigile, pronto, attento, anche alle mute richieste.

Gli ultimi ambienti pongono quesiti, espongono obiettivi, chiedono partecipazione. Ognuno è chiamato a esporsi in prima persona, con un piccolo contributo: scrivere su un muro interattivo, ad esempio, cosa ci aiuta a vivere nei momenti difficili. Mentre tante valigie attendono di essere riempite: di gesti di solidarietà, di comprensione, di speranza.

Maternage è una parola francese che non ha un termine rispondente nella lingua italiana, perché non significa soltanto “maternità”. Maternage è la propensione alla cura del bambino che travalica i generi, alla luce di un evento inatteso e imprevisto, come quello di un figlio con disabilità. È il desiderio di uscire da un “guscio” (simbolo stesso del progetto e dell’installazione), in cui ci si sente imprigionati o in cui volontariamente ci si rinchiude.

In questo senso, Maternage è davvero molto di più di una mostra, illustrando nel profondo il mondo reale e quello più intimo, le relazioni con gli altri e il personale sentire. In un processo che via via si spoglia e si depura di ogni elemento superfluo, fino all’essenziale. Che si sublima, senza retorica, in un un’unica parola: amore.

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