«La settima stanza del Cardinale», curato da Marco Vergottini e pubblicato da Solferino, raccoglie contributi di diversi autori sull’eredità dell’Arcivescovo gesuita, in ordine soprattutto alla fase finale dell’esistenza

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Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini è stato a lungo un punto di riferimento per cattolici e laici. Un pastore innamorato della Scrittura; un uomo di dialogo, ideatore della «Cattedra dei non credenti», che si è sempre adoperato per una libera discussione all’interno della Chiesa.

Alla vigilia dei dieci anni dalla scomparsa, nel nuovo libro pubblicato da Solferino, La settima stanza del Cardinale. L’eredità di Carlo Maria Martini (288 pagine, 16 euro), lo ricordano autori come Liliana Segre, Benedetta Tobagi, Gianfranco Ravasi, Ferruccio de Bortoli, Luigi Ciotti e molti altri, che lo hanno conosciuto e frequentato. Lo fanno mettendo a fuoco la sua eredità e in particolare i temi «penultimi» dell’esistenza umana che si appresta a incontrare la soglia dell’ultimo mistero.

La copertina del volume

La «settima stanza» è infatti l’ultimo approdo mistico del Castello interiore di santa Teresa d’Avila, ma è anche la camera a gas nazista di Edith Stein. E i testi qui raccolti a cura del teologo Marco Vergottini riguardano appunto questioni cruciali come la presenza e l’assenza di Dio, la ricerca del senso, la malattia, il perdono, lo scandalo del male, ribadendo la straordinaria attualità del pensiero di Martini.

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