Una nuova sezione raccoglie opere e bozzetti di arte sacra del grande artista italiano, dalle formelle per la porta del Duomo alla Via Crucis bianca del 1955.

di Luca FRIGERIO

Lucio Fontana Assunta Museo Diocesano

Lui è quello dei “tagli”. Geniale, irritante, provocatorio. Acclamato come il rinnovatore dell’arte contemporanea quanto accusato di averla definitivamente distrutta. Per le sue tele lacerate, per i suoi buchi attraverso le superfici, per i suoi grumi d’argilla. Ma che lo si ami o meno, quel che è certo è che Lucio Fontana è stato uno dei protagonisti dell’arte del dopoguerra, e uno degli artisti italiani più noti del Novecento. Meno nota, semmai, è la sua produzione d’arte sacra, seppure essa sia tutt’altro che occasionale, e anzi espressione di un lungo, ininterrotto cammino di ricerca. Come rivela oggi la nuova e sorprendente sezione del Museo Diocesano di Milano, che raccoglie appunto alcune fra le più significative opere a tema religioso realizzate da Lucio Fontana nell’arco della sua carriera.

Come le formelle in gesso con cui nel 1951 l’artista lombardo partecipò al travagliato concorso per la quinta porta del Duomo. Fontana vi era stato invitato per chiara fama direttamente dalla Veneranda Fabbrica, e nonostante i molteplici impegni di quel periodo febbrile, aderì al progetto con convinzione ed entusiasmo. Il suo modello per la nuova porta, il cui tema – «Origini e vicende della cattedrale» – era stato suggerito dallo stesso cardinal Schuster, spiccava per originalità inventiva e compositiva, dove i vari episodi non apparivano rinchiusi in precisi riquadri, ma fluivano in una narrazione libera e movimentata, a dare come l’impressione di una storia in progressione, più che un susseguirsi di singoli ed isolati episodi. La commissione giudicante fu ben impressionata da questo lavoro, ma forse “intimorita” da quell’estrema sintesi formale, chiese a Fontana di “riequilibrare” l’insieme, riproponendo cioè un nuovo bozzetto. Richiesta, peraltro, che venne estesa anche agli altri partecipanti ritenuti più meritevoli, e cioè Enrico Manfrini, Francesco Messina e Luciano Minguzzi.

Dal nuovo esame risultarono vincitori ex equo Fontana e Minguzzi. Sarà quest’ultimo, con una proposta all’altezza delle sue qualità di scultore, a ottenere infine la commissione della quinta porta del Duomo, che oggi ancora possiamo ammirare. Fontana, invece, probabilmente deluso, se non addirittura contrariato, da un’ulteriore richiesta di “sistemazione” della sua opera da parte della giuria, preferì “abbandonare” la partita. I suoi modelli al vero, del resto, rappresentavano per lui già lo stadio ultimo della sua scultura figurativa: chiedere a Fontana di “andare oltre”, significava non aver capito la sua arte, né rispettare la sua libertà di artista…

Un’arte percorsa da un vigore plastico e da una vibrazione luministica capaci di animare la materia. Anzi, di andare oltre la materia stessa, come per liberarla di quella forza interiore che spinge fuori, in un’ansia di infinito. Così, in fondo, il “famigerato” gesto del taglio che Fontana compie sulla tela, perentorio e lacerante, ha la stessa forza incisiva della presa delle dita sulla creta, cui l’artista attribuisce la medesima capacità di liberare lo spazio, e allo stesso tempo di liberarsi di esso, rompendo e lacerando le forme. Com’è evidente, ad esempio, anche nelle altre opere oggi presentate al Museo Diocesano, quali il modello della pala dell’Assunta o la Via Crucis bianca.

L’Assunta fu modellata da Fontana a seguito di un altro concorso bandito sempre per il Duomo di Milano, dopo la proclamazione del dogma dell’assunzione di Maria nel 1950. L’opera, concepita come pala per un altare di una navata minore della cattedrale (progettata in marmo, ma rimasta a livello di bozza), presenta la Vergine in una composizione monumentale, ai piedi della quale vi è invece una più raccolta Pietà, a creare un contrasto emozionante fra l’estroversione dirompente dell’Assunta e il dolente raccoglimento della Madre che avvolge il corpo del Figlio deposto dalla Croce.

Un dinamismo, un “sommovimento” della materia che si ritrova, ancora più accentuato, anche nelle quattordici formelle ottagonali della Via Crucis bianca, che Lucio Fontana realizzò nel 1955 per la cappella della Casa Materna Ada Bolchini Dell’Acqua, in perfetta sintonia, quasi in simbiosi, con il progetto architettonico di Marco Zanuso. Come nell’Assunta, anche qui il nostro artista pare fortemente interessato al rapporto fra due opposte forze: una attrattiva, costituita dal candore della ceramica, e una repulsiva, determinata dall’esplosione delle figure. L’esito è una scultura percorsa da un’energia liberatoria, e intimamente, fortemente spirituale, che anela al Mistero. Del resto, frantumando la superficie, Fontana introduce un’allusione cosmica, una tensione verso l’infinito. «Tutti hanno creduto che io volessi distruggere… – confidò negli ultimi tempi. – Ma non è vero: io ho costruito».

 

Il Museo Diocesano di Milano si trova in Corso di Porta Ticinese, 95

www.museodiocesano.it

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