Un autentico gioiello, oggi tornato all'antico splendore, i cui mirabili affreschi dell'epoca viscontea illustrano la leggenda del Protomartire.

testo e foto di Luca FRIGERIO

Lentate san Giorgio

La carriera di Stefano Porro al servizio dei Visconti era stata folgorante. Dei signori di Milano, in lotta continua su fronti diversi, aveva saputo assecondare al meglio i desideri e soddisfare prontamente le aspettative, consigliando, mediando, tessendo. Al punto che Bernabò prima, e Galeazzo II poi, sembravano non potere più fare a meno di lui nelle questioni di stato. Ma il suo capolavoro diplomatico lo portò a termine nel 1368, quando riuscì a convincere l’imperatore Carlo IV a non schiacciare la biscia viscontea, come invece gli chiedeva a gran voce papa Urbano V. I Visconti si videro anzi riconfermati quali vicari imperiali, e Porro fu ricompensato con l’investitura a conte palatino.

In quello stesso anno, come a premiare se stesso del traguardo raggiunto, il nobiluomo volle costruirsi nel suo feudo, a Lentate sul Seveso, una cappella degna di un principe, che testimoniasse ai posteri la sua fama e le sue imprese, e che fosse mausoleo per sé, per la sua famiglia e per i suoi discendenti. Un oratorio da dedicare  – e non poteva essere altrimenti – all’eponimo santo protomartire e da adornare di splendide decorazioni. Sì, un autentico gioiello dell’arte del XIV secolo, ora restituito in tutta la sua bellezza da accurati restauri, e che può essere considerato come una sorta di Cappella Scrovegni in terra lombarda.

L’aspetto esteriore del sacro edificio è semplice, quasi disadorno. Come a voler amplificare la sorpresa e la meraviglia del visitatore che, saliti pochi gradini, ne varca la soglia, per ritrovarsi improvvisamente in uno spazio coloratissimo, popolato di decine e decine di figure che paiono agitarsi tutte insieme, quasi dandosi voce da un riquadro all’altro. Un’unica aula, di circa otto metri di larghezza e dieci di lunghezza, coperta da un soffitto a capriate e che si prolunga in un quadrato presbiterio, dall’alta volta a crociera. L’impianto, del resto, è proprio quello palatino, come se il conte Porro, scientemente, avesse preso a modello la cappella ducale dei suoi signori, quella di San Gottardo in Corte a Milano, che presenta ancora oggi traccia del passaggio ambrosiano di Giotto.

Giottesche, infatti, sono le pitture più intense dell’oratorio lentatese di Santo Stefano, quelle che ricoprono le vele dell’area presbiteriale con la raffigurazione della Vergine incoronata, dei quattro evangelisti e dei due Dottori della Chiesa che a Milano ricevettero il battesimo: Ambrogio ed Agostino. Il maestro fiorentino era ormai scomparso da un trentennio, ma la sua lezione era stata profondamente recepita anche in ambito lombardo, seppur eguagliata soltanto dagli spiriti più sensibili e dalle mani più abili. Come nel caso di questo maestro di Lentate, dalla rara sapienza prospettica e dal raffinato uso del colore, avvicinabile per molti aspetti alla cerchia di Giusto de’ Menabuoi e di Giovanni da Milano, e che secondo parte della critica potrebbe essere identificato in quel celebre Anovelo da Imbonate, noto quasi esclusivamente come miniatore.

Ma mirabili sono anche gli affreschi delle tre pareti absidali. Come la Crocifissione, sul fondo del presbiterio, dominata dalla monumentale figura del Cristo che pende dalla croce, animata dallo strazio delle pie donne, gli atti di ciascun personaggio come sospesi, congelati nell’attimo tremendo in cui tutto si compie. Un drappello di soldati assiste all’evento, e come Longino dall’altra parte, vestono corazze, cimieri e bardature come appena usciti in parata per un torneo medievale.

Le stesse armature che, sulla parete adiacente, quella meridionale, indossano Stefano Porro e i suoi tre figli maschi, giovanissimi e dai tratti quasi adolescenziali. Il conte, invece, si presenta a Stefano con una lunga barba da profeta, porgendo al martire diacono il modellino stesso della chiesa, costruita per sé, offerta alla memoria del santo. E dietro a lui, la moglie Caterina, nata Figini (casato d’altrettanta nobiltà), dal ritratto così prepotentemente realistico da non nascondere neppure un accenno di doppiomento…

Sulla parete di fronte, il sepolcro marmoreo di famiglia. Ornato di stemmi (con il mastino a mo’ di cimasa, a rimarcare l’attaccamento fedele del Porro ai suoi signori), decorato di teste femminili (a personificare, forse, le virtù del defunto), cuspidato della figura benedicente di Dio Padre, e con l’icona dipinta di Cristo che emerge dal  sepolcro, Uomo dei dolori – ripreso anche nella lunetta esterna della facciata dell’oratorio – che riecheggia in modo impressionante l’immagine della Sindone.

Eppure non si è che all’inizio di tanta meraviglia. Perchè anche tutta la navata è interamente ricoperta di una fittissima decorazione pittorica: in basso una zoccolatura a finto velario; al centro le storie di santo Stefano, divise in due registri, con vita, morte e miracoli, è proprio il caso di dirlo, del protomartire; in alto una fascia con stemmi nobiliari. Un racconto per immagini straordinario e ricchissimo, desunto da varie fonti e tradizioni (almeno quattro!), e che per quanto riguarda il santo festeggiato il giorno seguente al Natale, non ha probabilmente l’uguale nell’intera cristianità d’Oriente come d’Occidente. Quarantatrè scene che sono il trionfo del gusto gotico lombardo, con un’attenzione maniacale per il dettaglio (gli abiti, le stoviglie, gli utensili…), così da rievocare la vicenda di Stefano attualizzandola al tempo del Porro, ma consegnandola, allo stesso tempo, ad un’atmosfera da fiaba che non conosce la corruzione del tempo.

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