A un secolo dalla diffusione del suo appello ai «liberi e forti», In dialogo ha pubblicato un volume sul prete e politico siciliano, a cura di Alberto Mattioli e Pino Nardi, da cui ricaviamo uno stralcio del saggio di Gianni Bottalico

di Gianni BOTTALICO

Don Luigi Sturzo

Pubblichiamo uno stralcio del saggio dell’ex presidente delle Acli Gianni Bottalico tratto dal volume Liberi e forti. Per una nuova politica a cent’anni dall’appello di Luigi Sturzo, a cura di Alberto Mattioli e Pino Nardi, edito da In dialogo

La lezione di Sturzo è stata quella di pensare politicamente, di organizzare idee, persone e ceti sociali, di dare forma politica a istanze che le istituzioni della sua epoca neppure sapevano mettere a tema. Di combattere una concezione invasiva e totalizzante dello Stato, individuando un giusto rapporto tra persona e comunità, tra livello locale e quelli nazionale e internazionale. Il pro-sindaco e il politico Sturzo, nonostante le sue origini agiate, era cosa altra dai salotti buoni della politica ufficiale, non temeva di toccare gli interessi dominanti laddove questi ostacolavano gli interessi di un’intera comunità. (…)

E dunque, a un secolo dall’appello A tutti gli uomini liberi e forti, ci domandiamo quale sia l’eredità e l’attualità di Sturzo per la nostra epoca, in particolare riguardo ai temi dell’organizzazione tra i vari livelli di governo e in funzione di politiche tendenti a uno sviluppo integrale della persona e della società, tema che costituisce una costante del pensiero sociale cattolico, dalla Rerum novarum alla Laudato si’, ma già rintracciabile nel pensiero di Sturzo.

Un’impronta avvicinabile al concetto di federalismo, pur non senza forzature, è rilevabile in Sturzo. Ma questo concetto, se proprio lo si vuol intravvedere, appare più come la risultante di un’impostazione che parte dai principi enunciati dalla Rerum novarum. Il primato della persona, della sua libertà e dignità sullo Stato al cui servizio si pongono i corpi sociali intermedi che non traggono fondamento dallo Stato, ma a esso preesistono come cellule primarie della società: la famiglia, il Comune, e da lì a salire, secondo il principio di sussidiarietà, verso lo Stato inteso come organismo complesso e armonioso.

Niente di meglio che rileggere questo pensiero così come è formulato nell’appello A tutti gli uomini liberi e forti: «A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali, vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali».

Non siamo di fronte a un programma antistatale, ma piuttosto a un programma che si propone di superare il predominio statale burocratico, cosa che don Sturzo già aveva abbozzato nel discorso di Milano del novembre 1918 Problemi del dopoguerra, pochi mesi prima della nascita del Ppi. Sturzo concepisce la Regione come un’unità convergente, non divergente dallo Stato. Un federalismo in embrione, un federalismo praticato con moderazione e intelligenza anche se non esplicitato.

La sussidiarietà parte dal basso e dunque trova nella famiglia la sua prima e fondamentale cellula, seguita dai corpi intermedi che compongono la città, la comunità rappresentata nella sua forma istituzionale dal municipio. La lunga esperienza amministrativa nella sua Caltagirone, dal 1899 al 1920, permette a Sturzo di dimostrare non solo le sue grandi qualità di amministratore locale e di sindaco, ma lo aiuta a forgiare una concezione decisamente innovativa del Comune: non un’estensione della proprietà di pochi notabili, ma il municipio come cosa di tutti, che ha tra i suoi obiettivi quello di perseguire il bene comune per ciascun cittadino. Un’impostazione diametralmente opposta a quella della destra moderna, una critica ante litteram al “thatcherismo” per il quale la comunità non esiste, ma esistono solo gli individui.

Un approccio improntato alla sussidiarietà che a salire riguarda Province e Regioni, e che, come ci indica lo stesso Sturzo nel suo La Regione nella Nazione, è stata fissata nel capo VI del programma annesso all’Appello al Paese del 1919: «Libertà e autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia e della Regione in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro».

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