Tra i palazzi e le strade della metropoli, alla ricerca di edicole votive, immagini mariane e santelle: segni del sacro che stanno scomparendo, testimonianza di una devozione popolare un tempo sentita, oggi quasi perduta.

Testo e Foto di Luca FRIGERIO

Può sembrare strano, ma a Milano di edicole votive e di santelle ne esistono ancora. Sacre immagini appartate, umili, dimenticate, eppure tenaci. Vergini col Bambino in grembo, Madri addolorate che cullano il Figlio crocifisso, Madonne che allargano le braccia in un tenero gesto d’accoglienza… Sguardi che incrociano altri sguardi, magari di chi porta una pena che non può condividere, di chi invoca protezione per i propri cari, di chi ha un grazie da dire. Ieri come oggi, del resto.

Scovare queste immagini per le vie e tra i palazzi di Milano non è facile, né scontato. Anche se non sono loro a nascondersi, ma noi, semmai, a trascurarle, un po’ distratti, un po’ ingrati. Madonne dipinte su vecchi muri incrinati dal tempo, oppure di gesso colorato in nicchie di cemento, ritratte per lo più da mani ignote, amorevoli, quasi infantili. Piccoli segni in una metropoli che va di fretta, che s’ubriaca d’affari e di lavoro, che non s’arresta se non ad agosto, quando infine si svuota come esausta. Tracce ormai sbiadite e sempre più rare di un mondo che non c’è più, se mai è stato davvero così, fatto di cortili e di ringhiere, di famiglie numerose e di passeggiate domenicali lungo i navigli.

Le “Madonnine” superstiti vegliano ancora nel cuore più antico della città, quello, tuttavia, che non coincide necessariamente con il centro dello shopping e dei locali alla moda. Poi, via via che ci si fa più curiosi e più attenti, si finisce per ritrovarle anche in periferia, in quartieri dai vasti caseggiati e dalla popolazione variegata. Ma la maggior parte di esse, in verità, è andata perduta. Cancellate, distrutte, svanite con il sorgere dei nuovi edifici, residenziali e commerciali, dal secondo dopoguerra e poi a ritmo sempre più alto, ancora in questi ultimi anni.

E pensare che un censimento degli inizi del XIX secolo riportava oltre settecento «segni sacri» sparsi sui muri di Milano. Tanto napoleonico zelo, tuttavia, era finalizzato proprio alla rimozione dalle pubbliche strade delle immagini di culto, in nome di un laicismo dispotico. Non senza conseguenze, peraltro: la Teresa vedova Cernuschi, ad esempio, ebbe a fare le sue rimostranze all’ispettore che in contrada delle Ore dirigeva le operazioni di censura, arrivando a tirargli un orinale pieno, come si legge nei verbali dell’epoca. Altri tempi, senza dubbio.

In questo clima d’estate, così, ci sovviene il desiderio di un inconsueto pellegrinaggio metropolitano. Magari non facile, utopistico persino, con il rischio di delusioni in agguato… Ma perché non provarci? Se non altro si avrà guardato con occhi nuovi una città che crediamo di conoscere, e che continuamente invece può apparire nuova e diversa.

Il punto di partenza è a poche decine di metri dalla Cattedrale, a ridosso della Ca’ Granda. Siamo in vicolo Laghetto, dove un tempo si apriva un porticciolo per lo scarico dei materiali che arrivavano in città per via d’acqua, a cominciare dai blocchi di marmo di Candoglia per la fabbrica del Duomo, e dove ancora resiste una delle immagini votive artisticamente più interessanti. Anche se tristemente s’offusca a vista d’occhio, circondata dagli ombrelloni e dai tavoli dell’osteria sottostante.

L’affresco fu realizzato attorno al 1630, come ex voto, cioè, al termine della famigerata peste di manzoniana memoria per volontà di tal Bernardo Catoni, all’epoca priore degli scaricatori milanesi, i Tencitt (dal milanese tenc, scuro, bruno, come apparivano cioè i lavoratori che avevano a che fare con materiali terrosi o polverosi, e in particolare i carbonai). Nel dipinto, infatti, si riconosce il profilo della Madonna della misericordia, sotto il cui mantello si inginocchia san Carlo, copatrono di Milano e in rappresentanza della città tutta, con ai lati i due santi taumaturghi delle pestilenze, Sebastiano e Rocco. Il ritratto del committente stesso appare in basso a destra, mentre tutto il registro inferiore mostra a volo d’uccello il Lazzaretto, preziosa testimonianza di un luogo oggi scomparso.

Da qui, imboccando via Francesco Sforza, all’angolo con via San Barnaba, sul muro del giardino della Guastalla e proprio in faccia alla chiesa di Santa Maria Annunciata all’Ospedale Maggiore, ci imbattiamo in una grande edicola votiva con una moderna immagine mariana. Mentre, spostandoci verso una delle piazze più suggestive e appartate di Milano, quella su cui s’affaccia la mole barocca della chiesa di Sant’Alessandro, in zona Missori, possiamo ammirare un’altra gradevole “icona”, con il divino Infante che getta le braccine al collo della Madre…

È però nell’area del Naviglio Grande, quasi a vigilare sui giovani (e meno giovani) della movida milanese, che si conserva la concentrazione più cospicua di queste devote immagini. Al numero 5, ad esempio, s’affaccia da un balcone una Vergine col Bambino, attorniata da due angeli. Poco oltre, all’angolo con via Argelati, s’intravede ancora una Madonna dai tratti delicati. E passando dall’altro lato della strada, al civico 12, superato il vicolo dei Lavandai, s’incontra un’adorazione del Santissimo Sacramento..

Anche all’ingresso delle celebri colonne di San Lorenzo, verso l’antica Porta Ticinese, c’è un dipinto murale con una Crocifissione, che si sta stingendo, e il teschio di Adamo, ben visibile in tutte le incisioni ottocentesche, ormai è scomparso. Anche se, dall’altro capo del colonnato, compare un moderno, forse patinato ma certamente espressivo ritratto del vescovo Ambrogio, a riempire un’intera muraglia, opera di un talentuoso writer dei nostri giorni. Che siano questi i segni del sacro nelle metropoli del XXI secolo?

Ma il nostro semplice itinerario milanese vuole concentrarsi sulle icone mariane. Così, dopo essere passati per via San Vittore e via Mercalli, dove troviamo due santelle ben conservate, cambiamo del tutto zona, dirigendoci a nord-est della città, dove, in via Baccarini, alle spalle di viale Padova, una Madre dolente ci osserva da dietro una grata. Ai suoi piedi le immagini di padre Pio e del Papa buono, i santi moderni forse più cari alla pietà popolare, simboli entrambi di un mondo semplice e quotidiano, dove la fede può vincere la malvagità e sorreggere nella prova. E contadina pare anche la Madonna dipinta tra le persiane di via Taccioli: solida, massiccia, una matrona incoronata dagli umili. In piazza Costantino, quasi a Crescenzago, una scena dell’Annuncio a Maria, inquadrata in una sorta di tempietto classico, con alla base un titolo perentorio, a ricordare il sacrificio di molti contro il nazifascismo: “Madonna della Liberazione”.

«Voi che passate per questa via, salutate Gesù», si legge ancora sull’edicola di via Torricelli. Sopra alla scritta, diafane, le figure della Sacra Famiglia, e un piccolo omaggio floreale. E poi tante statue e statuine, dentro nicchie negli androni, su pilastri e pilastrini al centro dei cortili: alcune ricordano l’Annunciata, altre Colei che apparve alla piccola Bernardette a Lourdes. Per lo più sono immagini di poche pretese, e tuttavia amorevoli nel loro candore.

Pur assediate da macchine e motorini, a volte dimenticate, spesso trascurate, non portano rancore le Madonnine milanesi. E continuano a vegliare, su tutto e tutti, offrendo il conforto della loro discreta presenza. Grate di un fiore ogni tanto, o di una preghiera mormorata passando di fretta.

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