Esposti nelle prime sale della Pinacoteca materiali e pezzi archeologici che raccontano la nascita e lo sviluppo degli studi epigrafici. Fino al 14 settembre.

di Luca FRIGERIO

Ambrosiana

  Che l’Ambrosiana sia il tempio della parola scritta, è cosa a tutti nota. Per questo, per preservare e tramandare la cultura universale, la fondò al principio del XVII secolo il cardinale Federico Borromeo, ricoverandovi manoscritti e libri a stampa di ogni lingua e da ogni dove. In una biblioteca fra le prime – se non la prima in assoluto – aperte al pubblico, continuamente incrementata e oggi fra le più importanti al mondo, per patrimonio e rarità.

Ma la parola “scritta” non è soltanto quella vergata su pergamena o impressa su carta. C’è, a ben considerare, anche quella incisa, su lastre di pietra (marmo, per lo più) o in superfici metalliche (nel bronzo, ad esempio): le epigrafi, appunto. Una modalità di scrittura d’antichissima origine, ideata con scopo pubblico – pubblicitario, perfino, verrebbe da dire – proprio per far conoscere ai contemporanei e tramandare ai posteri, in forma duratura e con la maggiore visibilità possibile, fatti e nomi, date e avvenimenti: nel rigore della precisione, con l’efficacia della sintesi.

L’intreccio fra libri ed epigrafi, sempre presente nella storia dell’Ambrosiana, si fa oggi più evidente in una piccola ma interessante mostra, che nelle prime sale della Pinacoteca ripercorre le origini e gli sviluppi dell’epigrafia come scienza storica proprio attraverso i testi conservati nella biblioteca milanese. Anche mettendo a confronto, là dove è stato possibile, le iscrizioni stesse con le pagine ad esse dedicate.

«La pietra e la carta», dunque, come recita il titolo dell’esposizione, curata da don Federico Gallo, direttore della Classe di studi greci e latini dell’Ambrosiana, e da Antonio Sartori, già docente di epigrafia latina nell’Università degli studi di Milano. Un viaggio che inizia con la passione umanistica per il mondo classico, nel XV secolo, e quindi con le prime trascrizioni di testi epigrafici ad opera di colti viaggiatori come Ciriaco d’Ancona o di raffinati esteti come Felice Feliciano, ma anche di cultori di storia locale come i fratelli Benedetto e Paolo Giovio.

Raccolte che da sporadiche si fanno rapidamente sistematiche, allorché gli studiosi rinascimentali si rendono conto dell’importanza delle epigrafi per ricostruire le vicende dell’antichità, come testimoniano i lavori, ad esempio, del Bembo e del Panvinio, ma anche dei tedeschi Pighe e Apian, e soprattutto degli olandesi Lips e Smetius, a cui spetta il merito di un primo tentativo di classificazione. Opere spesso pregevoli anche per le illustrazioni realizzate con perizia dagli autori stessi, o per la cura tipografica con cui vengono date alle stampe.

Il primo corpus "universale" è comunque quello preparato dallo Scaligero ed edito dal Gruter ad Heidelberg nel 1603: una pubblicazione monumentale, che riporta oltre dodicimila iscrizioni d’epoca romana e che resterà a lungo il testo di riferimento nel settore epigrafico. Così che, nei decenni a venire, si assiste a un vero e proprio fiorire di studi epigrafici, soprattutto con specializzazioni a carattere regionale, come dimostrano anche le Memorie di Milano del Giulini, con un contributo autografo dell’amico Giuseppe Parini.

In Ambrosiana di epigrafia si sono occupati anche “giganti” come Lodovico Antonio Muratori, all’epoca poco più che ventenne, e Theodor Mommsen, che all’indomani dell’Unità d’Italia pubblica il primo volume di quella titanica impresa che è il Corpus Inscrptionum Latinarum, che oggi ha superato i cinquanta tomi (ma il cui programma non è ancora concluso).

Di tutto ciò, e di molto altro ancora, racconta e illustra la mostra milanese, con un percorso che arriva fino ai nostri giorni. Dove lo sguardo, come si accennava, oltre che su pagine fitte di scritture e di disegni, può soffermarsi anche su preziosi materiali epigrafici “dal vivo”.

Come il frammento di un’urna cineraria marmorea a cassetta, con un’elegante decorazione in cui si scorgono due piccoli uccelli e il frammento di una testa di Ammone, dotata delle consuete, possenti corna d’ariete: manufatto databile agli inizi del II secolo dopo Cristo, con dedicazione agli dei Mani. O come la lapide proveniente dal cimitero romano di San Sebastiano, che presenta su un lato il nome del defunto inciso fra due colombe, sull’altro una lunga iscrizione “aggiunta” probabilmente sul finire del IV secolo, dove appare, ed è fra le prime attestazioni del genere, il termine «catacumbas».

A testimoniare, così, una volta di più, quanto già asseriva monsignor Giovanni Galbiati, indimenticato e grande prefetto dell’Ambrosiana nella prima metà del secolo scorso, e cioè che l’epigrafia si può considerare come «una miniatura della Storia, ma sempre Storia, avente talora sulla Storia vera il vantaggio, per la sua brevità e concisione, di una maggiore divulgazione e facilità di presentazione degli eventi, resi accessibili e quasi drammatizzati in una frase».

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