Dopo il restauro, il bel dipinto cinquecentesco è tornato nella sua cappella milanese. Ma tutta la diocesi ambrosiana è costellata di simili immagini, davanti alle quali, per secoli, di generazione in generazione, sono state deposte preghiere e invocazioni.

di Luca FRIGERIO

Chi più, chi meno, si è spesso figli ingrati: della madre ci si ricorda soprattutto nel momento del bisogno. Ma le mamme, a cominciare da quella celeste, conoscono bene queste debolezze e tutto perdonano, sempre pronte a consolare. Sarà anche per questo che alcune delle più amate e commoventi immagini mariane sono dette “Madonna dell’aiuto”: icone materne alle quali sono state affidate le più sentite intenzioni, di generazione in generazione, nel corso dei secoli.

Anche nella nostra terra ambrosiana raffigurazioni di questo tipo sono numerose: con la Vergine per lo più assisa in trono e il Bambino Gesù seduto sulle sue ginocchia, minuscola creatura in cui si è incarnata la divina onnipotenza. Alla <Madonna dell’aiuto>, così, via via sono stati dedicati santuari e oratori, singoli dipinti o elaborati affreschi, modeste sculture come statue monumentali, e ancor oggi parrocchie e comunità pastorali le sono consacrate, facendone il perno della propria fede: da Gorgonzola a Busto Arsizio, da Opera a Cislago, da Monza a Barlassina, come in molte altre località della vasta diocesi milanese.

Nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, così ricca di memorie, un posto particolare spetta proprio alla pala da sempre nota come “Madonna dell’aiuto”, che in questi giorni è stata ricollocata nella terza cappella di sinistra, dopo un intervento di restauro e pulitura che le ha restituito brillantezza e tonicità.

Si tratta di un tondo, leggermente schiacciato, di circa due metri di diametro, che stilisticamente viene assegnato alla bottega di Bernardino Luini (il grande storico dell’arte Bernard Berenson lo attribuiva addirittura alla mano del maestro), ed è quindi datato alla prima metà del XVI secolo. Proprio le attenzioni di cui questo quadro è stato continuamente oggetto ne hanno determinato un progressivo deterioramento, con parti che nel corso del tempo sono state ridipinte e integrate: al punto, pensano alcuni studiosi, che potremmo trovarci di fronte alla copia, più recente, di un originale andato perduto.

Sullo sfondo di un montuoso paesaggio leonardesco, si staglia al centro la figura di Maria con il Bambinello attaccato al seno, nella consueta iconografia, dunque, della “Madonna del latte”: una tenera immagine di maternità, colta nel suo momento più intimo e vero, che una certa pruderie borromaica, o perfino ottocentesca, preferì coprire (come accadde ovunque, del resto, per simili rappresentazioni), e che solo i restauri del dopoguerra hanno nuovamente rivelato.

La Vergine ha il capo leggermente inclinato, come se si fosse distolta un attimo dal contemplare il Figlio per volgere il suo sguardo su noi spettatori, con un sorriso appena accennato che infonde pace e serenità nei cuori tribolati. Così come quell’ampio mantello che avvolge la Madre della Misericordia già sembra aprirsi per accogliere e dare rifugio a quanti sono provati dalla sofferenza e dallo sconforto: nel rosso dell’umanità e della regalità, nel blu della divinità, nel bianco della purezza, nell’oro dell’eternità.

Accanto al trono si avvicinano due santi, le mani giunte in preghiera. A destra riconosciamo Rocco, il pellegrino di Montpellier che porta sulla carne i segni del morbo che lo ha colpito, patrono invocato per scongiurare le pestilenze, ma anche esempio di come i cristiani debbano impegnarsi per dare aiuto e sostegno a quanti sono nella malattia, proprio come ha fatto il santo, fino al dono di sé. A sinistra, invece, vi è Girolamo, il grande dottore della Chiesa, traduttore in latino della Bibbia – la lunga barba canuta ne denuncia saggezza ed esperienza -, che tuttavia ha qui deposto le insegne della dignità cardinalizia, insieme a ogni alterigia intellettuale, per presentarsi umile e penitente dinnanzi alla Sede della vera Sapienza.

Un’immagine di tenera bellezza, davanti alla quale sono stati confidati innumerevoli timori, preoccupazioni, speranze. Come noi oggi torniamo a fare, in questo tempo di pandemia e di turbamento.

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