Il Museo Popoli e Culture di Milano propone una mostra per molti versi "inedita", dedicata all'arte e alle tradizioni del variegato mondo indonesiano, nel segno della tolleranza: dai batik alle sculture lignee, dai kriss al teatro delle ombre.

di Luca FRIGERIO

Indonesia Pime teatro ombre

Nusantara, “arcipelago”, è l’antico nome con cui gli indonesiani chiamano il loro stesso paese. E davvero l’Indonesia, con oltre 17mila isole disseminate fra Asia e Oceania su entrambi i lati dell’equatore e con una popolazione di circa 240 milioni di abitanti, è lo stato-arcipelago più grande del mondo. Un arcipelago anche di etnie, lingue e religioni, dalla storia turbolenta a causa di molteplici calamità naturali, ma anche di una non sempre facile convivenza fra realtà tanto diverse, dalle regioni occidentali a rigorosa osservanza musulmana, a Bali, baluardo della religione Indù, fino a Papua, dove è ancora radicato l’animismo con i suoi riti.

Un mondo a noi occidentali per lo più sconosciuto, e che tuttavia merita di essere scoperto e compreso nelle sue molte sfacettature e nelle sue secolari tradizioni. Come ci aiuta a fare oggi la nuova mostra proposta dal Museo Popoli e Culture del Pime di Milano, in una rassegna dedicata proprio ad alcuni degli aspetti più significativi della cultura e della vita dell’Indonesia, dai caratteristici tessuti alle sculture totemiche, dalle armi tribali ad antichissime forme di spettacolo. Un’iniziativa di sicuro interesse non solo perché offre la possibilità di ammirare opere e oggetti per lo più inediti in Italia, ma anche perché, come ricordano i curatori dell’evento, «è importante in questo momento storico evidenziare e promuovere quei valori di reciproca comprensione e tolleranza culturale che sono alla base dell’ineluttabile convivenza multietnica che arricchisce la nostra città».

Fra le tecniche per colorare i tessuti, quella del Batik è forse la più nota e apprezzata anche fuori dall’Indonesia: tipica in particolare della grande isola di Giava, consiste nel coprire le zone che non si vogliono tingere tramite cera, argilla o altri materiali impermeabilizzanti. I manufatti esposti nella mostra milanese rivelano come l’arte del Batik non sia semplicemente decorativa, ma rappresenti un vero e proprio linguaggio simbolico, che accompagna i momenti salienti della vita dei giavanesi, dalla nascita alla morte, dalla circoncisione al matrimonio, quale intima espressione di una filosofia e di una religiosità condivisa.

Se l’espressività del Batik appare soprattutto di matrice femminile, esclusivamente maschile è invece il mondo che ruota attorno al Kriss, l’arma per eccellenza di tutto l’arcipelago indonesiano e della penisola malese, proclamato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Immediatamente riconoscibile per la sua particolare lama ondulata, il Kriss è infatti molto di più di un’arma di difesa o di offesa: forgiato solamente da qualificati maestri, questo pugnale ha infatti molteplici proprietà agli occhi di un indonesiano, rivestendo un valore sociale, ma anche spirituale e magico.

Un patrimonio di tradizioni e di credenze, peraltro, assai lontano da quello degli Asmat, ad esempio, popolazione che vive in West Papua, estrema provincia orientale dell’Indonesia. La locale cultura tribale, infatti, è ancor oggi incentrata sul totemismo e sul culto dei morti, mentre fino a poco tempo le contese fra i clan potevano culminare anche con atti di cannibalismo. La mostra del Pime, realizzata anche con il contributo del Centro di Cultura Italia-Asia e dell’Associazione Cultural Paths, presenta una serie di oggetti che, pur di uso quotidiano (come le prue e le pagaie delle piroghe, le lance, i tamburi o i sostegni stessi delle “grandi case” che sorgono sulle rive dei fiumi), sono considerati come il punto di mediazione tra il gruppo sociale e gli antenati, essendo stati “battezzati” con il nome di una persona scomparsa, così da incarnarne ancora lo spirito.

Ma di tutte le forme artistiche indonesiane, quella forse più suggestiva è il Wayang Kulit, ovvero il “teatro delle ombre” giavanese, anch’esso tutelato dall’Unesco per il suo valore culturale. Le figure, ritagliate dalla pelle di bufalo, sono animate per mezzo di bacchette dietro a uno schermo, sul quale delle lampade ne proiettano le ombre. Erede di una tradizione testimoniata già prima del X secolo, questa forma di spettacolo che si ispira ai cicli epici indiani conserva ancor oggi una ritualità che ha qualcosa di sacro, avendo resistito anche all’avvento del cinema e della televisione.

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