Oltre ai monumenti dedicati a Martino V, Pio IV, Pio XI e Paolo VI, i quattro che sono facilmente identificabili, potrebbero essercene anche altri dell’antichità fra gli oltre 3400 esemplari della statuaria della Cattedrale

di Annamaria BRACCINI

Paolo VI Montini Bodini

Quattro Papi in Duomo – o meglio, naturalmente, i monumenti loro dedicati -, ci parlano, ancora oggi, del rapporto che, specie nel secolo scorso attraverso figure eminenti di arcivescovi di Milano, ha legato la Chiesa ambrosiana a quella universale. Con quasi totale probabilità, tra gli oltre 3400 esemplari della statuaria della Cattedrale, sono identificabili Pontefici dell’antichità – anche se mai finora è stata condotta un’indagine specifica – tuttavia, ciò che invece è certa è appunto la presenza all’interno del Duomo di quattro unità scultoree dedicate ad altrettanti Papi: in ordine cronologico, Martino V, Pio IV, Pio XI e Paolo VI.

Ma si potrebbe e ci piace azzardare anche un altro «ordine»: infatti se Martino V, papa Ratti e papa Montini, ebbero in concreto una presenza per così dire fisica a Milano e nella Cattedrale – il primo giunto in città nel 1418 anche per consacrarne l’Altare maggiore, gli ultimi due partiti da Milano, come Pastori – per quanto riguarda Pio IV, il filo rosso passa, secondo la tradizione, attraverso un suo nipote piuttosto noto, san Carlo Borromeo. Ma non è interamente così. Piccola curiosità, questa, che però rende conto di un percorso storico preciso, che segna alcuni dei momenti cardine della vicenda anche civile milanese.

Per il monumento a Martino V siamo in epoca Viscontea: fu infatti, ordinato da Filippo Maria Visconti nel 1424 a uno degli artisti più noti del periodo, Jacopino da Tradate. Che davvero in questa sua opera ebbe mano felicissima nel ritrarre Martino con il verismo consueto dell’arte lombarda, ma insieme con la solennità che tutte le biografie riconoscono a tale eminente rappresentante degli allora potentissimi Colonna.

Proseguendo nella seconda campata a destra del retrocoro, dove si trova appunto il capolavoro di Jacopino, e arrivando accanto allo splendido portale della sacristia Capitolare, si raggiunge – con un salto temporale notevole – Pio XI. L’opera è di Francesco Messina che la scolpì nel 1969 attraverso un’attenzione specifica ai particolari come il trono su sui è assiso papa Ratti benedicente, l’ampio piviale e gli «occhialini» che furono tipici del Pontefice ambrosiano di Desio.

Dalla parte opposta del retrocoro, quasi a delineare una singolare corrispondenza degli spazi si trovano invece la raffigurazione di Pio IV e la più moderna dedicata a Paolo VI. Lo zio di san Carlo, al secolo Giovanni Angelo Medici di Marignano, 224º sommo pontefice della Chiesa cattolica, fu benefattore del Duomo, al quale donò privilegi, indulgenze e il tabernacolo a torre in bronzo dove tuttora viene conservata l’Eucaristia in Altare maggiore. Con questa offerta preziosa, Pio IV intese sottolineare la centralità del culto eucaristico ribadita con forza dal Concilio di Trento, mentre con l’indulgenza per i fedeli del Duomo volle evidenziare il perno di una visione religiosa prettamente ambrosiana che ieri come oggi guarda alla Cattedrale quale «casa di tutti i milanesi». In senso pieno – ci pare di più -, ma sicuramente anche in omaggio al nipote Carlo Borromeo, divenuto arcivescovo nel 1560, nel 1567 gli amministratori della Veneranda Fabbrica decisero di porre sopra a un ampio basamento, già prefigurante precisi stilemi barocchi, l’opera di Angelo de Marinis detto «il Siciliano».

E tanto per la cronaca, oltre due secoli dopo, nel 1797, fu un altro Visconti, questa volta arcivescovo, ma di battesimo (off course!) ancora Filippo, a proclamare papa Medici «cittadino benemerito di questa Chiesa e questa patria». Un po’ arcivescovo, insomma… Infine Paolo VI, a fianco del portale della sacristia Aquilonare, con lo splendido altorilievo di Floriano Bodini, collocato in Cattedrale nel 1989 e creato l’anno precedente, a dieci anni dalla scomparsa del Papa bresciano, che sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo fu dal 1954 al 1963. Opera dunque modernissima, ma che posta nella sezione architettonica più antica del Duomo pare simboleggiare quella continuità nel tempo e nello spazio che è la cifra della nostra storia.

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