La storia, dimenticata, della splendida "Sacra famiglia" che era attribuita al maestro del Rinascimento e che era posta nel santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso. Ammirato e conteso, dal 1779 il dipinto è a Vienna, ma nella diocesi ambrosiana e in tutta Europa se ne trovano diverse copie. Lunedì 17 maggio, alle 18.30, un incontro gratuito su Zoom promosso dal Museo Diocesano per conoscere tutti i dettagli della vicenda.

di Luca FRIGERIO

Milano è una delle “capitali” dell’arte di Raffaello. Nel capoluogo lombardo, infatti, dell’Urbinate è custodito lo spettacolare Sposalizio della Vergine presso la Pinacoteca di Brera, mentre all’Ambrosiana si conserva il raro, emozionante cartone preparatorio della Scuola di Atene. Senza dimenticare che al Poldi Pezzoli è presente una deliziosa croce processionale che, secondo molti studiosi, potrebbe costituire uno dei primissimi lavori del Sanzio adolescente.

Queste opere, tuttavia, sono giunte a Milano in tempi relativamente recenti: acquistato attorno al 1630, a carissimo prezzo, il cartone dell’Ambrosiana dal cardinale Federico Borromeo; incamerato dopo le requisizioni napoleoniche lo Sposalizio braidense, che era a Città di Castello, in Umbria; dono munifico alla Casa-museo di via Manzoni la croce giovanile, una quarantina d’anni fa.

Eppure Milano possedeva già un “suo” Raffaello, che era il vanto della città e la meraviglia dei forestieri. Si tratta di una Sacra famiglia con san Giovannino (soggetto che si lega all’episodio della fuga in Egitto) e si trovava nel santuario della Beata Vergine dei Miracoli presso San Celso, una delle chiese più amate e frequentate del capoluogo. Un dipinto che tutte le guide ambrosiane lodavano come un capolavoro artistico di incomparabile bellezza, tanto da scatenare negli anni una sorta di gara fra nobili e principi per impossessarsene: alla fine, nel 1779, ci riuscì l’imperatore d’Austria, Giuseppe II, che lo trasferì a Vienna, dove ancor oggi si trova.

Ma come era arrivata questa opera attribuita a Raffaello a Milano? Ce l’aveva portata san Carlo Borromeo in persona. E già il fatto che un dipinto simile fosse appartenuto a un uomo così eccezionale ne aveva accresciuto a dismisura l’interesse e l’attenzione. Alcuni testi parlano di una donazione fatta dal santo arcivescovo al santuario della Madonna dei Miracoli: e la cosa non sorprende affatto, se si considera il profondo legame che univa il Borromeo a questo antico tempio mariano, al centro delle sue costanti attenzioni e meta della drammatica processione con il Santo Chiodo durante la peste del 1576.

Il ben informato Paolo Morigia, tuttavia, che scrive a pochi anni dalla morte di san Carlo, riporta che la tavola di Raffaello fu venduta al santuario milanese alla cifra di trecento scudi d’oro (cioè a meno di un terzo del suo valore). E probabilmente è andata proprio così: dopo la pestilenza, infatti, l’arcivescovo si era impegnato allo spasimo per soccorrere i più bisognosi, vendendo i suoi beni personali, a cominciare dagli oggetti artistici che gli appartenevano. Ecco allora che il Borromeo, allo stesso tempo, volle omaggiare la chiesa alla quale era tanto affezionato concedendole a un prezzo “simbolico” una delle opere più preziose della sua collezione di principe della Chiesa, ricavandone però anche un contributo da destinare ai poveri della città.

Consapevoli di custodire un tesoro, i fabbricieri della Madonna dei Miracoli posero sempre grande attenzione alla Sacra famiglia che univa il nome di Raffaello a quello di san Carlo, oggetto di venerazione tanto dei fedeli quanto degli amanti dell’arte. Nell’archivio ancor oggi si conservano le diverse delibere per la tutela e la valorizzazione dell’opera, insieme alle reiterate dichiarazioni della sua inalienabilità, in risposta alle pressanti offerte d’acquisto. Di conseguenza, numerose appaiono anche le autorizzazioni concesse nel corso degli anni per realizzare copie dal vero della tavola attribuita al maestro del Rinascimento: repliche, infatti, che oggi troviamo in varie raccolte ambrosiane (dalla Quadreria arcivescovile alla Ca’ Granda, fino ai civici musei di Lecco), ma anche nel resto d’Italia (come alla Galleria Borghese a Roma o nella Pinacoteca di Acquapendente) e in tutta Europa (comparse soprattutto in questi ultimi anni sul mercato antiquario).

Tuttavia, come si è detto, nel 1779 l’asburgico Giuseppe II, figlio di Maria Teresa, facendo leva con tutta la sua autorità, riuscì a convincere i custodi del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a concedergli il sospirato dipinto: in cambio, l’augusto imperatore donò un crocifisso e sei grandi candelabri d’argento massiccio (che furono poi requisiti, e fusi, dalle milizie napoleoniche), oltre a una dote annuale per i figli di artisti in difficoltà.

La Sacra famiglia fu portata dunque nella residenza reale di Vienna, al Castello del Belvedere. Al suo posto, nella “sacrestia del tesoro” del santuario milanese, venne sistemata una replica fedele, realizzata da Martin Knoller (pittore tirolese trapiantato a Milano, all’epoca assai celebre), ormai scurita dal tempo e in attesa quindi di un’accurata pulitura.

Si presenta invece in tutto il suo splendore la tavola rinascimentale oggi al Kunsthistorisches Museum. E ammirandone gli smaglianti colori, gli studiosi continuano a chiedersi se questo sia davvero un lavoro autografo di Raffaello… In passato, come abbiamo detto, nessuno aveva mai pensato di metterne in dubbio la paternità illustre. Il primo ad avanzare delle riserve fu il Cavalcaselle, ma si era ormai alla fine dell’Ottocento e alle soglie della moderna critica d’arte. Attualmente gli esperti tendono a esprimere un giudizio salomonico: l’invenzione del soggetto, e probabilmente il disegno stesso dell’opera, sarebbe da attribuire alla mano del maestro, attorno al 1515; mentre la sua esecuzione pittorica sarebbe stata affidata a qualcuno tra gli allievi più dotati (e si sono fatti i nomi, via via, di Giulio Romano, Giovanni da Udine o Luca Penni…), come del resto avveniva di frequente nell’affollata bottega dell’Urbinate.

Ma di tutto questo, e di molto altro ancora, si parlerà in un apposito incontro promosso insieme al Museo Diocesano di Milano, di cui diamo conto nel box sotto il titolo.

Qui invece si può vedere una video-anteprima: https://youtu.be/P1gcP9wbBxs 

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