Un classico di Ibsen è alla base dello spettacolo diretto da Massimo Donati, prodotto da Brianzacque con Acli milanesi e patrocinato da Comune di Milano e Fondazione Cariplo, allestito al Leonardo di Milano: con i toni della commedia, un esempio di teatro civile che aiuta la riflessione su un bene inalienabile

di Giovanni Conte

Il popolo dell'acqua_Laila Pozzo-19
Un momento dello spettacolo

Brianzacque, in collaborazione con le Acli milanesi e il patrocinio di Comune di Milano e Fondazione Cariplo, porta in scena lunedì 27 settembre, alle 20.30, al Teatro Leonardo di Milano (via Ampere 1) lo spettacolo Il popolo dell’acqua. È un testo che affronta con comicità e intelligenza il tema della gestione dell’acqua pubblica. Ingresso gratuito con Green pass; prenotazione obbligatoria scrivendo a ilpopolodellacqua@gmail.com

È pronto a tirare un sospiro di sollievo, Massimo Donati, autore e regista dello spettacolo. Dopo più di un anno di attesa il lavoro della compagnia che dirige, Teatri Reagenti, è pronto ad andare in scena: «Questo progetto ha avuto una gestazione lunga: un anno dedicato alla scrittura, poi il lavoro di regia e messa in scena, ma a causa della pandemia tutto si è bloccato. Il gruppo di lavoro è stato fondamentale per poter resistere: gli attori e le attrici, Careddu, Facchini, Martucci e Rosselli, l’aiuto-regia Messina, lo scenografo Galloni, la costumista Papaleo hanno confermato per tutto questo tempo la loro disponibilità, cosa non scontata in questo periodo particolare».

Il popolo dell’acqua è una rilettura di Nemico del popolo, un classico di Ibsen. Cosa resta e cosa cambia?
La riscrittura è molto profonda, i toni dello spettacolo volgono il dramma in commedia. In sé questa linea di ricerca teatrale non è nuova, ha padri nobilissimi, da Brecht a Fo. L’interessante qui era intervenire sull’opera per introdurre elementi che hanno a che fare con la modernità e in particolare la gestione dell’acqua, trascinando l’opera sul terreno del teatro civile, di interesse sociale.

Una commedia politica, dunque?
Sicuramente una commedia che parla di oggi. In un mondo molto simile al nostro, disperatamente assetato e vagamente distopico, c’è una città, Idreia, che ha fondato la propria ricchezza sulla salubrità delle sue acque. Gli attriti tra i protagonisti della commedia cominciano a emergere quando la bontà di questa acqua “della salute” viene messa in discussione. Il testo tocca il tema della privatizzazione dell’acqua e la necessità di una sua amministrazione lungimirante, efficiente e democratica. L’acqua come risorsa che chiede «una coscienza universale» e non una «mentalità utilitaristica», fonte di vita e non di morte, è al centro anche dei pensieri di papa Francesco. La parola «acqua» nell’enciclica Laudato si’ compare ben 39 volte.

Lo spettacolo come mezzo per sensibilizzare il pubblico, dunque…
L’idea è che il teatro non debba essere animato da uno spirito museale, ma debba sporcarsi le mani e cercare il dialogo con il pubblico, anche quello disabituato o indifferente al teatro stesso. Vogliamo praticare un teatro popolare. Anche per questo ho scelto i toni della commedia, con i riferimenti al cinema muto, dai Marx a Keaton, battute e tormentoni di parola e poi una scenografia che riproduce l’interno di una centrale dell’acqua reinventata, come in un certo teatro un po’ retrò, che però ancora oggi è vivo e amato, un teatro che hanno praticato senza vergogna autori come De Filippo o Fo.

Il dibattito sui fondi pubblici alla cultura e in particolare al teatro è molto attuale…
Le risorse sono ridotte e generalmente di provenienza pubblica, in una logica assistenziale e burocratica. Noi siamo andati in una direzione diversa. All’interno di un progetto di educazione sull’acqua di rete, «AcquaInsieme», condotto da Acli Milano e finanziato da BrianzAcque, che ha coinvolto molti Comuni e molte scuole, si è scelto di finanziare anche questo spettacolo, trovando poi il patrocinio di Fondazione Cariplo. Ho apprezzato molto il dialogo con l’azienda e con le Acli milanesi: entrambi hanno contribuito ad approfondire, a non banalizzare i temi, persino nella scelta delle parole. Ecco, credo che questo modello non sia sempre replicabile, però è virtuoso e con noi sta producendo cultura e relazioni di scambio fra teatro e società, che è la cosa per me più importante.

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