Era il luglio 1713 quando le monache Visitandine arrivarono nel capoluogo lombardo, insediandosi in un ricovero ormai fatiscente fondato da san Carlo Borromeo, Una bella storia di fede, ma anche di momenti artistici, oggi raccontata in un nuovo, pregevole volume.

di Luca FRIGERIO

Visitazione Clausura

Un’oasi di preghiera nel cuore di Milano. Da tre secoli, il monastero della Visitazione è fulcro orante della metropoli, eremo di clausura aperto alla città. Ma è anche luogo di vive memorie storiche, scrigno di artistica bellezza: da riscoprire per quella parte accessibile al pubblico, da rispettare in quegli ambienti ancor oggi riservati al silenzio e alla contemplazione. Come ci svela oggi anche una bella pubblicazione (che presentiamo nel box sottostante), appositamente realizzata per celebrare il terzo centenario dell’arrivo nel capoluogo lombardo delle monache visitandine.

Era infatti l’estate del 1713 quando le figlie spirituali di san Francesco di Sales e di santa Giovanna Francesca Chantal iniziavano la loro “avventura” milanese, insediandosi in un ricovero ormai fatiscente, ma che era stato fondato dalla stesso san Carlo per dare una casa alle “zitelle”, cioè alle bambine rimaste orfane a causa della peste. Anche la loro provenienza, il monastero di Arona, rimandava del resto a un preciso legame con il vescovo Borromeo.

Segni emblematici, più che semplici coincidenze, che spesso hanno segnato la storia ambrosiana della Visitazione: come è accaduto, ad esempio, ancora con il cardinal Montini, amico e patrono delle claustrali salesiane, che venne eletto papa proprio il giorno che avrebbe dovuto recarsi in visita al monastero di via Santa Sofia…

Gli inizi non furono facili. Il cenobio era da ricostruire ex novo, la comunità doveva inserirsi nella vita religiosa e sociale della città. Ma le monache, che per la prima volta portavano a Milano la devozione al Sacro Cuore di Gesù, potevano contare sull’operato instancabile dell’oblato Tonetta, loro padre spirituale. Anche a costo di scontrarsi con i potenti dell’epoca (alcuni nobili, ad esempio, non vedevano di buon occhio l’arrivo di un nuovo ordine contemplativo a Milano), l’abate riuscì infatti a trovare gli aiuti necessari all’impresa e alla sua morte, nel 1729, se molto ancora rimaneva da fare, tanto era già stato compiuto.

Il XIX secolo fu tempo di numerose vocazioni e di grazie continue; l’ultimo scorso vide i ridimensionamenti causati dall’espansione urbanistica e le distruzioni della guerra, ma anche il sostegno benevolo del beato cardinal Ferrari e degli arcivescovi suoi successori.

Nato ancora barocco, completato secondo il gusto neoclassico, il monastero della Visitazione si intravede oggi come un appartato complesso di sobria eleganza, che pur lambito da viali costantemente trafficati, è riuscito a conservare fra le sue mura orti e giardini: un’isola verde dove le claustrali continuano a trarre parte del loro sostentamento, mentre il loro sguardo può contemplare frammenti e colori del Creato.

Al suo interno, dal parlatorio alla sala del Capitolo, dalle celle al refettorio, dai laboratori al coro delle religiose, tutto parla il linguaggio della semplicità, di una vita scandita al ritmo della preghiera, di una quotidianità fatta di gesti antichi eppure sempre nuovi, mentre sulle pareti, quasi ad ogni passo, sacre immagini invitano le sorelle alla devozione, pensieri e detti dei santi padri richiamo alla riflessione. Alcune opere d’arte, del resto, sono autentici capolavori, appositamente realizzati per la Visitazione o qui giunti in dono o in seguito a soppressioni di altri luoghi di culto milanesi.

Come la preziosa Madonna col Bambino benedicente, detta della «Divina Pietà», che reca la data “1500” ed è attribuibile a un maestro rinascimentale lombardo o piemontese. O come quella singolare Crocifissione già ritenuta di mano stessa di Tiziano. O ancora come il Cristo sulla croce, realisticamente modellato in cartapesta ed “ereditato” dal conservatorio borromaico.

Anche la chiesa aperta ai fedeli, dichiarata monumento nazionale e santuario cittadino, è nello stesso “stile”. Un progetto su cui forse lavorò Cagnola, ma che fu poi affidato a Quarantini, che vi sviluppò idee di Borromini in prospettiva lombarda, mentre Moraglia portava a compimento il tutto attorno al 1840. Uno spazio sereno, luminoso, sul quale si staglia la grande pala sull’altare maggiore, lavoro di assoluta qualità commissionata al veneziano Giovan Battista Pittoni, che ritrae la gloria celeste del santo di Sales.

E nel silenzio della chiesa, a tratti arriva l’eco del salmodiare della clausura. Ed è di consolazione sapere che c’è chi prega anche per noi, anche per tutti.

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