Trecento anni fa moriva a Milano, dove era nato, Stefano Maria Legnani detto il Legnanino, figlio d'arte e uno dei più grandi pittori del suo tempo. Un'occasione per riscoprirlo in molte chiese ambrosiane, dove ha lasciato autentici capolavori.

di Luca FRIGERIO

Legnanino san gerolamo san marco

«Le opere del signor Legnani, però, traspirano qualche maggior vivezza nei colori e nobiltà nel pensiero». Fu a questo punto, probabilmente, che il pittore milanese ebbe la consapevolezza di avercela fatta. La certezza, forse, di aver raggiunto quel traguardo che ogni artista non può non porsi all’inizio della carriera: essere acclamato dai contemporanei come il migliore della propria generazione. Ad attestarlo con quel giudizio inappellabile, furono i fabbricieri del Duomo di Novara al termine di un serrato confronto fra alcuni dei più apprezzati frescanti del tempo per un’importante commissione in cattedrale. Si era nel 1690, e il «signor Legnani», allora trentenne, aveva da poco varcato il mezzo del cammin della sua vita. Ma lui ancora non poteva saperlo…

Muore infatti a 52 anni, Stefano Maria Legnani detto il Legnanino: il 4 maggio del 1713, tre secoli fa. Un anniversario che sta passando senza clamori, senza grandi rassegne a farne memoria, senza celebrazioni istituzionali, con al più qualche omaggio locale portato da associazioni particolarmente attente e sensibili (come è accaduto a Saronno, ad esempio).

Ed è un vero peccato, per molti versi. Un’occasione mancata per ripercorrere e riproporre la figura di uno dei più significativi artisti lombardi dell’epoca barocca, che tante opere ha lasciato anche nelle nostre chiese ambrosiane. Opere che ancora ammiriamo per la loro bellezza, per quelle linee sinuose, per quelle atmosfere solari e sognanti, inconsapevoli magari del nome e della storia del loro autore.

Una vita quieta eppure straordinaria, quella del Legnanino. Tutta centrata sulla “sua” Milano, dove nasce il 6 aprile 1661, ma con frequenti trasferte nel forese e nei capoluoghi attorno, fra Piemonte e Liguria. Ovunque lasciando il segno di una pittura fascinosa ma di sostanza, ammaliante eppur profonda.

Figlio d’arte, Stefano Maria il colore lo succhia insieme al latte materno, imparando a dipingere prima ancora che a leggere e a far di conto, continuatore com’è di una stirpe di pittori iniziata con il nonno Tommaso, proseguita con il padre Giovanni Ambrogio, e che sarà perpetuata anche nel fratello minore Tommaso. Con una famiglia così, è persino inutile chiedersi dove il nostro abbia fatto il suo apprendistato…

E tuttavia il giovane Legnani, dicono le fonti, viene mandato prima a Bologna, a far pratica nella bottega del Cignani, e poi a Roma, ad affinarsi alla scuola del Maratta: maestri dei quali la sua tavolozza serberà le sfumature, mescolando le suggestioni emiliane del Correggio e del Parmigianino con la tradizione monumentale del classicismo romano. Ma soprattutto Stefano Maria si riempie lo sguardo e il cuore con le opere dei grandi protagonisti della stagione borromaica – Giulio Cesare Procaccini, il Cerano, il Morazzone (dei cui disegni e schizzi sarà anche appassionato collezionista) -, ritrovandosi in consonanza con i dettami e le aspirazioni di quella rinnovata Accademia Ambrosiana voluta a suo tempo, come la Biblioteca, dal cardinal Federico.

Per il Legnanino gli inizi sono agevoli, introdotto com’è comprensibile dal buon nome di famiglia. Neppure ventenne lo ritroviamo così nel fervoroso cantiere del santuario di Saronno, dove già aveva lavorato il padre (e dove i Legnani risiedono per alcuni anni), e poi al Sacro Monte di Varese, dove è canonico uno zio.

Ma ben presto è unicamente il suo talento a procurargli commissioni e appalti, che si susseguono a ritmo frenetico, dall’affresco con l’Incoronazione della Vergine sull’arco trionfale della chiesa di Sant’Angelo dei Frati Minori a Milano a quelli nel presbiterio della chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Uboldo (in parte ancora in loco, in parte strappati e conservati nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo), fino al ciclo nello Scurolo del Duomo di Novara di cui si diceva. Lavori che gli procurano fama e onori, e anche una solida agiatezza (alcune tele gli vengono pagate cifre inaudite, testimoniano i documenti), ma che soprattutto portano nuove e continue commesse, da quelle per il Duomo di Monza a quelle prestigiose nelle dimore e nelle cappelle sabaude di Torino, dalle chiese di Genova al tempio dell’Incoronata a Lodi…

Opere magniloquenti e movimentate, quelle del Legnanino: ariose, affollate di personaggi che s’affacciano fra elementi architettonici e quinte scenografiche, dal segno impeccabile e dai panneggi morbidi. E tuttavia anche immagini più intime, rischiarate da atmosfere di domestica serenità, come ad esempio la pala del San Giuseppe con Gesù bambino e angeli oggi in deposito presso la parrocchiale di Carimate, o, fra tante, la dolcissima Immacolata, esposta nel museo civico di Vimercate (e che riprende, sorprendentemente, l’iconografia caravaggesca della Madonna dei Palafrenieri).

In un gusto teatrale in cui il pittore milanese riesce anche a recuperare le suggestioni cinquecentesche di Gaudenzio Ferrari rimescolandole con le invenzioni di Gian Lorenzo Bernini, esprimendo insomma qualcosa di nuovo e di grande. Come i fabbricieri novaresi, appunto, avevano anticipatamente intuito…

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