L’opera del Giampietrino, proveniente dal Museo di Villa Cagnola a Gazzada, esposta al Centro eucaristico di Milano come invito alla preghiera per l’iniziativa “Arte e Contemplazione”

di monsignor Domenico SGUAITAMATTI

Sacra Famiglia Giampietrino

Presso il Centro eucaristico San Raffaele di Milano (via San Raffaele, alle spalle della Rinascente), l’iniziativa “Arte e Contemplazione” – con l’esposizione di un’opera d’arte per invitare a pregare – quest’anno, dal 12 dicembre al 16 gennaio, vede esposta la Sacra Famiglia del Giampietrino, proveniente dal Museo di Villa Cagnola a Gazzada. Questi gli orari di apertura: da lunedì a venerdì 8.30-18.30, sabato e domenica 16.30-18.30, chiusura a Natale, Capodanno ed Epifania. Ecco un commento all’opera.

«Oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore che è Cristo Signore»: poche parole per annunciare “l’entrata in gioco di Dio”. «Andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino che giaceva nella mangiatoia»: i pastori, gente di periferia, sono i primi a lasciarsi sedurre da questo Dio che ha “desiderio di giocare” con l’uomo. E Giampietrino, in questa sua opera, dispone le carte di questo inatteso e sorprendente “gioco divino” offrendoci, dentro e oltre i limiti di un piccolo dipinto, la grandezza incontenibile di un Mistero di Amore capace di giocarsi nella libertà e nella gratuità, sino alla fine.

Così l’artista ci invita a entrare in questo grande “gioco di Dio”, offrendoci l’Essenziale, ossia ciò che hanno “trovato” gli stessi pastori. Davvero giocoso è l’infantile agitarsi del Dio bambino: Lui apre la partita e si offre per primo invitandoci a fare altrettanto. Non chiamarti in disparte, stai al suo gioco e impara la gioia e la festa da Lui. Gioca con i suoi occhi vispi, vivaci, persino irrequieti: ti cerca, vuole incrociare il tuo sguardo, catturarlo, amarlo. Non abbassare frettolosamente i tuoi occhi, non girarli velocemente altrove, non chiuderli. Lasciati trovare e sedurre; alza la testa, sostieni il suo sguardo, sorridi con Lui e come Lui. Lasciati amare. Gioca con le sue mani, alla maniera di ogni bambino: un gioco ricco di segni che già si fanno annuncio di verità eloquenti: seguili, intuiscili. Non licenziarli come movimenti banali, superficiali, casuali, inutili. Con il piccolo dito della mano sinistra si tocca la bocca e si proclama “Parola”, quella stessa che “fattasi carne” rivela a ogni uomo il vero volto del Padre: volto di Misericordia. Con il braccio destro alzato e l’indice della mano teso verso l’alto indica chiaramente Maria, la madre, colei che col suo “sì” ha reso possibile questo “giocare di Dio”.

È nudo il bambino e non “prova vergogna” come la provò invece Adamo, il primo uomo che si nascose a Dio. In questo suo gioco Dio si mostra nudo, ma non si nasconde all’uomo, anzi a noi si rivela proprio in questo suo essere “brandello di carne”, in tutto simile alla nostra, per dare certezza e pienezza di verità alla promessa ormai mantenuta. Non avere paura, guardalo, toccalo, godine: è il Verbo che abita in mezzo a noi, è “il Dio con noi”.

In questo suo naturale agitarsi sembra muovere frenetico i piccoli piedi, profezia di passi che lo porteranno sulle stesse strade degli uomini incontro a chiunque cerca e brama salvezza per un cuore ferito o un corpo malsano. Non disperare e ascolta: l’eco di questi suoi passi già risuona sui tuoi stessi sentieri, le sue orme già incrociano le tue stesse orme.

E ancora per “gioco”, in un istante breve, ma intenso, i piccoli piedi si fermano l’uno sull’altro. Ricordati, li troverai così: fermàti da un chiodo confitto alla croce quando il suo “giocarsi” sarà totale raggiungendo il vertice più alto di un amore donato “fino alla fine”. Lo dice anche la strana mangiatoia che tale non è: appare invece un rigido e squadrato sostegno coperto da una candida tovaglia che fa intuire un altare, ara del sacrificio e insieme mensa eucaristica. Rifletti, qui Dio scopre le sue carte: è la “pietra angolare” su cui costruire una vera esistenza; è il vero “agnello immolato” che toglie i peccati del mondo; è il “Pane di Vita” per un vivere eterno.

Maria lo contempla con sguardo amoroso di mamma e dietro un delicato sorriso nasconde pensieri profondi e domande insistenti, ma ancora inevase, che si fanno preghiera: è così che anch’ella diventa presenza fondante in questo “gioco di Dio”. Il raffinato e giovanile volto dai tratti leonardeschi, sul quale danza incontrastata la luce, rivelano un cuore in tumulto conteso tra la gioia del parto, la tenerezza di uno sguardo rapito in un’estasi mistica e l’insorgere dei primi perché su ciò che sarà di questo “Figlio dell’Altissimo” da lei generato. Il rosso della sua veste di “sposa”, che di fatto inquadra il bambino, celebra il figlio nella verità della sua natura divina, l’azzurro del suo manto di “mamma” lo rivela nella concretezza della sua natura di uomo. Le mani di Maria si congiungono con gesto lento, timido e tremante, diventano cupola sulla testa del piccolo, spazio che consacra un istintivo e prezioso desiderio di materna protezione, che si fanno architettura di pensieri e preghiere: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive» (Jean Paul Sartre).

Giuseppe è in una luce meno briosa e più uniforme, che si espande e riflette sulla veste di un giallo dorato. Esalta un profilo di uomo segnato dalla vita, anziano più per saggezza, che non per l’età. Un volto scolpito e deciso alla maniera più del Mantegna, che tuttavia non nasconde il suo cedere a uno sguardo di tenerezza e commozione maldestramente trattenuta e celata. Anche lui coinvolto nel “gioco di Dio” come l’uomo dei sogni dai quali apprende, conosce e accoglie le mosse di Dio. Come colui che dai sogni si lascia svegliare per giocare a viso aperto con Dio. Anche le mani di Giuseppe sono giunte in preghiera, ma in maniera più decisa, concreta e umana, come dicono i due pollici incrociati tra loro. «Addio Giuseppe, ingenuo fidanzato di Galilea: addio al tuo sogno d’amore. Nel giubilo di quella notizia celeste ti sono rimaste oscure le parole aggiunte dall’angelo: darà alla luce un figlio» (Luigi Santucci). Un Figlio non suo, ma che adesso contempla e vive con intenso e amoroso sguardo di padre. «Con che cosa sono state barattate le nozze che avevi sperato serene e oscure; chi ti è entrato in casa… Capire la tua sposa, capire tuo Figlio, capire te» (Luigi Santucci). Così gioca Dio con Giuseppe. «A noi piace dimenticare che fosti, vicino a Maria, un giovane bello e forte: un giovane innamorato» (Luigi Santucci). Non è giusto! Non possiamo dimenticarlo perché Dio ha trasformato l’umano desiderio di paternità di Giuseppe, il suo amore sincero per Maria nella mossa decisiva e vincente di questo suo “gioco divino”. Giuseppe non contempla il Bambino: preso e distratto da una presenza esterna al dipinto gira improvvisamente la testa e guarda “fuori”. Chi vede? Forse i primi chiamati, i pastori? O vede me invitato a “giocare” questo stesso” gioco di Dio”? Un “gioco divino” che a Natale rivela la sua verità: si chiama “Misericordia”, «…non un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore. Un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e perdono» (Papa Francesco).

Talmente viscerale che si è fatto “come uno di noi” e sta di fronte a te, dentro di te. Non temere: entra in questo “gioco di Dio”, congiungi le mani, contempla “questo brandello di carne” che è Dio e trasforma il tuo stupore in una silenziosa preghiera.

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