A margine dei David, l'incoraggiamento del presidente Napolitano per il ruolo storico del nostro cinema. Ma resta ad agitare le acque il dibattito relativo alla "eccezione culturale", ovvero alla posizione, sostenuta da alcuni Paesi europei che la cultura resti fuori dagli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti

Cinema David Donatello

Il tema della “eccezione culturale” è stato il convitato di pietra alla cerimonia per i premi David di Donatello dell’Accademia del Cinema Italiano che si è svolta il 14 giugno scorso alla presenza del capo dello Stato e del ministro dei Beni culturali Massimo Bray. Secondo Napolitano è importante che “ci sia soprattutto nelle istituzioni piena consapevolezza di quello che il cinema italiano rappresenta per l’Italia e per il mondo, sottolineandone il ruolo storico e la sua funzione nazionale e sociale”.

Difendere la creatività.
Il ministro Bray ha precisato che “credere nel cinema italiano è credere nella sua peculiarità e nella peculiarità della nostra cultura. La creatività va difesa con forza e il Paese è di fronte a scelte non più rinviabili: crescita e occupazione non possono prescindere da cultura e turismo, binomio imprescindibile per le nostre risorse”. Ma i giornalisti presenti al Quirinale erano letteralmente scatenati su un unico tema: l’eccezione culturale. La posizione, sostenuta da alcuni Paesi europei – in primo luogo la Francia – è che la cultura resti fuori dagli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti in nome di quella che con una sintesi è stata definita l’”eccezione”. La tesi però è osteggiata dalle major hollywoodiane che stanno inscenando una vera e propria prova di forza. Una riunione su questo tema tra i ministri del Commercio Ue si è tenuta proprio nelle stesse ore della cerimonia del David al Quirinale. “La mia posizione l’ho chiarita anche a Bruxelles – ed è che la cultura è una peculiarità. E che il governo deve fare di tutto per considerarla come tale”, ha detto Bray ai giornalisti. Alcuni ministri del governo Letta, però, non sono d’accordo, come ha ammesso indirettamente lo stesso Bray: “Diciamo che dobbiamo armonizzare le varie posizioni che ci sono nel governo”, dice.

Una dimostrazione di debolezza.
L’eccezione culturale potrebbe segnare il destino del nostro cinema, dicono in modo unanime tutte le associazioni dello spettacolo italiano. La norma europea di stampo protezionistico varata per la prima volta nel ‘98, e che si vorrebbe rinnovare per i prossimi anni, sembra però anche una dimostrazione di debolezza. Se il cinema europeo avesse la certezza di saper competere sul mercato con le major di Hollywood non ci sarebbe bisogno di nessuna barriera. Ma in Italia e in molti Paesi europei è sempre prevalso un complesso di inadeguatezza.
È un peccato. La tradizione del cinema italiano è formidabile e per molti anni i nostri registi non hanno avuto bisogno di nessuna norma sull’eccezione culturale che li facesse conoscere ed apprezzare in tutto il mondo, anche a Hollywood. “E se la situazione economica e commerciale ha rischiato troppe volte di metterlo in ginocchio, il cinema italiano ha saputo reagire mantenendo un proprio modello cinematografico che si è dimostrato, in questi anni, molte volte vincente e capace di sottolineare il valore della nostra memoria collettiva”, ha ammesso lo stesso Bray.
“Abbiamo le carte in regola – ha sottolineato il Capo dello Stato – per guardare al futuro del cinema italiano con fiducia senza sottovalutare i problemi, ma senza mai scoraggiarci e senza mai cadere nella lamentazione”. Ma il dibattito sul tema dell’eccezione culturale non accenna a smorzarsi. Il negoziato sul mercato unico tra Europa e Stati Uniti approderà nei prossimi giorni sul tavolo dei ministri per il commercio estero dei 27 Paesi membri. “Il finale non è affatto scontato”, dice Vincenzo Vita del Pd.

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