Nel difficile clima del “non expedit”, l’allora arcivescovo di Milano, in occasione dell’Expo rivendicava il ruolo della religione cristiana, che non si pone in contrasto con il progresso, ma lo trasforma e lo innalza a una più ampia prospettiva soprannaturale.

di Federico PIZZI

Ferrari 1917 guerra

«Avvenga ognora che chiunque avrà veduta e conosciuta Milano abbia a dire: lode a Milano per i suoi incessanti progressi nell’industria, nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, ma più ancora lode a Milano che sopra tutto sa mantenere fedelmente il programma del vivere virtuoso ed onesto che dà i frutti giocondi della tranquillità e della pace». Un augurio per Expo 2015? Quello che è certo è che queste parole di buon auspicio, pronunciate il 29 aprile 1906 dall’allora arcivescovo di Milano beato Andrea Carlo Ferrari (1850-1921), nel corso della cerimonia per la posa della prima pietra della Stazione Centrale, restano una formidabile testimonianza dello spirito che animò la città in occasione dell’Esposizione Universale.

Nel difficile clima del non expedit, la presenza del pastore dell’Arcidiocesi ambrosiana alle cerimonie inaugurali di quell’Expo che la stampa cattolica più intransigente considerava una fiera del progresso nemico della religione e dello spirito, era tutt’altro che scontata. Ma il cardinal Ferrari non era uomo da piegarsi alle pressioni. Il suo ministero, improntato alla pacificazione e alla quieta convivenza con l’autorità civile, iniziato con il solenne ingresso in Duomo nei primi Vespri nella Solennità di San Carlo, il 3 novembre 1894, secondo l’opinione di un altro beato arcivescovo di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, lasciò «[…] una più luminosa scia di santità nel governo pastorale, in tempi assai burrascosi e in un’atmosfera non sempre favorevole». Dal suo arrivo nella metropoli lombarda, infatti, Ferrari si trovò di fronte a una diocesi vastissima – una popolazione di oltre un milione e mezzo di fedeli distribuiti in più di settecento parrocchie e assistita da oltre duemila sacerdoti – ricca di iniziative e di risorse, ma anche lacerata da dissensi e divisioni.

«Il mio programma, se mi è consentito di parlare così, sarà di vegliare sopra il mio gregge di cui lo Spirito mi ha costituito vescovo, di combattere nel buon certame della fede, avendo in avversione la profana novità delle parole e le condizione di quella scienza di falso nome, della quale alcuni facendosi pompa, hanno deviato dalla fede, d’insegnare conformemente alla sana dottrina». Così scrisse nella sua prima lettera pastorale, raccogliendo l’impegnativa eredità lasciata dal suo predecessore, Luigi Nazari di Calabiana, arcivescovo di Milano, senatore del Regno, artefice della caduta di un primo Governo Cavour nel 1855, considerato un esponente di spicco della corrente dei cattolici “conciliatoristi”, favorevoli a un’intesa con lo Stato italiano.

Dalla cattedra di Ambrogio e Carlo, Ferrari vide nell’espletamento delle formalità d’obbligo con le autorità civili un’occasione preziosa di incontro con gli esponenti di una società in trasformazione a cui il mondo cattolico, pur rivendicando una propria autonomia di pensiero e d’azione contro l’appiattimento e gli eccessi anticlericali della classe politica dirigente, aveva il dovere di non rimanere estraneo. Con la sua presenza costante e attiva, grazie al suo lavoro tenace e alla sua paternità ricca di benevolenza, nell’incoraggiamento d’iniziative apostoliche e di organizzazione del laicato in gruppi d’azione politica e sociale, il beato impresse all’arcidiocesi un moto di rinnovamento, nell’obbedienza al magistero della Chiesa.

Sul finire dell’Ottocento, la gioventù cattolica milanese era organizzata in gruppi autonomi: la «Santa Stanislao» che raccoglieva gli studenti degli istituti superiori, il «Circolo Sant’Ambrogio» e la «Sezione Giovani» costituitasi nell’ambito dell’Opera dei Congressi. Era una rete di entità cattoliche che rappresentava il volto “pubblico” e di collegamento di un cattolicesimo fatto di associazioni, cooperative, opere, unioni e circoli. In particolare, l’attivismo della «Sezione Giovani», guidata da Filippo Meda e confluita dopo il 1906 nell’«Unione giovani cattolici milanesi», rappresentò uno degli strumenti più validi nella riorganizzazione in campo politico e sociale del laicato cattolico. L’appoggio di Ferrari al progetto dell’«Unione giovani», che ebbe nel quotidiano «L’Unione» il proprio organo di riferimento, pur  tra mille difficoltà e taluni contrasti con la gerarchia ecclesiastica, portò in arcivescovado una ventata di gioventù. Tra gli esponenti di questo gruppo giovanile basterà solo ricordare Ugo Zanchetta, Giuseppe Bicchierai, Luigi Gedda, Enrico Falck, Claudio Cesare Secchi, Pietro Malvestiti e Giuseppe Lazzati.

La partecipazione del beato alle cerimonie inaugurali di Expo 1906 si colloca nel solco di questo desiderio di accompagnare la vita e le trasformazioni della comunità ambrosiana, chiamata a misurarsi con un evento di portata internazionale.

Il tema dell’esposizione, in omaggio al traforo del Sempione, fu individuato nel “trasporto” e in tutto ciò che richiamasse il dinamismo. Tra le preoccupazioni del cardinal Ferrari vi era quella di ricollocare tale dinamismo in una prospettiva cristiana, «ricordando come da Dio ha principio, sia pure per mezzo degli uomini, ogni opera buona e da Dio ha il suo progresso del pari che il suo compimento», come ebbe a dire nel suo discorso del 29 aprile 1906, introdotto da una non casuale citazione di un «grande milanese del secolo XIX»: Alessandro Manzoni. «Bella, immortal, benefica, sempre ai trionfi avvezza», la religione cristiana, nella visione di Ferrari, non si pone in contrasto con il progresso, ma lo trasforma e lo innalza a una più ampia prospettiva soprannaturale, che educa e attrae.

Dopo aver pronunciato queste parole, rivestito dei paramenti pontificali, con la mitra e il pastorale, Ferrari benedisse con l’aspersorio la prima pietra della Stazione Centrale. Alla cerimonia intervennero anche il re Vittorio Emanuele III, il ministro dei lavori pubblici Pietro Carmine, sulla via delle dimissioni con l’imminente caduta del Governo Sonnino e il sindaco Ettore Ponti, insignito il giorno precedente del titolo di marchese come riconoscimento per la buona riuscita dell’Esposizione, con regie lettere patenti datate appunto 28 aprile 1906. Negli anni precedenti, non erano però mancati momenti di grave tensione con l’autorità statale. Nel 1898, durante i moti del pane repressi da Bava Beccaris, l’arcivescovo, assente da Milano per una visita pastorale ad Asso, era stato vittima di una campagna denigratoria da parte della stampa anticlericale (si dice fomentata dallo stesso generale) che si spinse perfino a parlare di «fuga» del porporato di fronte alle agitazioni della piazza.

Il cardinal Ferrari, intervenuto all’inaugurazione del 28 aprile 1906, aveva atteso l’arrivo del corteo reale dal palco collocato nella sede centrale dell’Esposizione che per l’occasione appariva «coperto da un baldacchino di velluto cremisi con frange d’oro, sormontato dallo stemma reale e dalle bandiere delle nazioni rappresentate».

L’arcivescovo era stato inoltre ricevuto in udienza privata dal sovrano a Palazzo Reale alle ore 13.45 del 27 aprile. L’incontro, secondo la Gazzetta Ufficiale del giorno successivo, ebbe una durata di «circa dieci minuti». Difficile pensare che, nell’ambito di questi brevi incontri, il cardinale avesse potuto manifestare il proprio pensiero sull’Esposizione. Il discorso del 29 aprile 1906, al di là delle forme retoriche tipiche del periodo, è dunque centrale per cogliere il pensiero di Ferrari sul tema di Expo e rappresenta l’unico e forte richiamo dell’arcivescovo in tale sede.

Nei mesi precedenti, l’impulso del beato fu rilevante anche per la realizzazione del padiglione della Veneranda Fabbrica, ente laico al servizio della religione che da oltre sette secoli è dedito alla costruzione, alla tutela e alla valorizzazione della Cattedrale, casa di tutti i milanesi, sulla cui guglia più alta svetta la Madonnina. A quella Madonnina, sfavillante al sole del tramonto del 3 novembre 1894, entrando in Duomo per la prima volta, Ferrari aveva rivolto una toccante giaculatoria: «Tu sei la mia fortezza».

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