Fratel Michael Davide Semeraro nel suo nuovo libro, presentato a Milano nei giorni scorsi, spiega le novità del pontificato di papa Bergoglio. Come racconta anche in questa intervista.

di Silvio MENGOTTO
Foto di Flavio Felice RIVA

Semeraro

Martedì scorso 14 gennaio, nella Sala Verde di corso Matteotti 14 (Milano), è stato presentato il libro Papa Francesco: la rivoluzione dei gesti di fratel Michael Davide Semeraro (edizioni La Meridiana). Oltre all’autore sono intervenuti Eliana Briante, pastora della Chiesa evangelica metodista in Milano, Domenico Barrilà, psicoterapeuta e scrittore, Elvira Zaccagnino, direttrice edizioni La Meridiana. La serata è stata coordinata da Giovanni Colombo.

«Fratelli e sorelle, buonasera!». Queste sono le prime e indimenticabili parole di papa Francesco pronunciate dal balcone dopo la sua elezione. Indimenticabili anche i suoi gesti. Il nuovo papa che si presenta con la sua vecchia croce d’argento, la mantellina bianca al posto della mozzetta rossa e il suo inchinarsi davanti alla folla per chiedere la benedizione prima della sua.

«I suoi comportamenti – scrive Beppe del Colle nella prefazione – , il suo abbigliamento, la sua croce pettorale, le sue sorridenti e spesso gioiose avventure sulla jeep o a piedi, in mezzo a decine di migliaia di persone in piazza San Pietro, i suoi discorsi, le sue prese di posizione, il continuo richiamo alla “Chiesa povera e dei poveri”: tutto “nuovo”, dunque, e tutto meritevole di attenzione? O tutto invece radicato in una tradizione evangelica che va solo recuperata?. Questo libro è qualcosa di molto diverso rispetto alla pubblicistica corrente. L’autore, un fratello della famiglia benedettina, presenta Francesco non come un “nuovo”, ma come un “figlio” immutato del Dio altrettanto immutato che ha incontrato a diciassette anni dopo una confessione; e come il frutto di una visione della fede cristiana e della Chiesa in cui si compenetrano l’uno con l’altro il passato, il presente e il futuro».

Abbiamo intervistato, questo proposito, fratel Michael Davide Semeraro.

I gesti di papa Francesco sono rivoluzionari perché riaccendono la speranza?
Prima di tutto perché sono gesti! Noi eravamo abituati ad un eccesso di fiducia nella parola, soprattutto nella Chiesa. Quando si parla di magistero si pensa a dei testi e discorsi. Il Concilio Vaticano II ha chiarito che la rivelazione di Dio in Gesù non è solo di parole, ma anche di gesti intrinsecamente connessi. Papa Francesco in un certo modo ha riequilibrato questa sorta di decalage che si era creato tra le parole e i gesti, dando ai gesti una precedenza sulle parole perché le parole possono essere comprese nella logica del Vangelo. Diciamo che il linguaggio parabolico dei Vangeli è ritornato in auge piuttosto che quello più dogmatico. Nell’atteggiamento di papa Francesco c’è una sorta di disarmo dogmatico, che non è negazione dogmatica, ma una precedenza al gesto che permette poi di cogliere anche la parola.

Tra i gesti di papa Francesco troviamo il suo frequente richiamo alle “periferie esistenziali”. Gesù stesso annuncia il Vangelo più nella strada, nella periferia, che nel tempio. Non crede che in una di queste periferie, poco frequentate, si colloca la donna nella Chiesa? 
Questo è stato detto chiaramente nella Evangelii Gaudium. Direi che papa Francesco dopo l’intuizione di Giovanni XXIII di cinquant’anni fa, ci sta rimettendo in questa attitudine di novità del Vangelo. La novità non è a livello di contenuti della fede. Gesù è un ebreo osservante, ma ha rivoluzionato la modalità. A differenza del Battista, suo precursore che sta al fiume Giordano e la gente viene da lui, Gesù invece no! Si fa battezzare al Giordano ed è lui che va alla gente. Gesù ha questo atteggiamento per cui la salvezza è la condizione della conversione. Mentre il Battista dice “convertitevi e così vi salverete”, Gesù dice le stesse parole di Battista “convertitevi e credete nel Vangelo”, ma quando incontra le persone, soprattutto la sofferenza, per prima cosa dona la salvezza in modo incondizionato. Ed è questo dono incondizionato della salvezza che rende possibile la libertà di una scelta di conversione.

Per riconoscere la posizione della donna nella Chiesa lei è convinto sia necessario un passo propedeutico che la Chiesa deve fare attraverso la lotta alla clericalizzazione. Può approfondire questa intuizione?
Non bisogna dimenticare che papa Francesco è un uomo formato alla scuola dei Gesuiti, cioè è un uomo metodico come Carlo Maria Martini. Quindi persone intuitive, ma con un metodo di lavoro. C’è un’agenda interiore di papa Francesco per cui ci sono delle priorità. Il papa l’ho ricorda alla Chiesa e non smette di farlo. Papa Francesco ha fatto un gesto rivoluzionario: quello liturgico.

Precisamente quale?
Quando al giovedì santo ha lavato i piedi a due donne, che è proibito, tra cui una non cristiana ma musulmana. Ci sono gesti che dicono attenzione a questo argomento e di conversione ma, come dicevo, è chiaro che il primo passo, non per dare un contentino alle donne, non è questo, non è “il genio femminile”, perché le donne possano darsi il “loro” posto nella Chiesa. Tra l’altro non scimmiottando gli uomini, ma cercando il loro posto. Il primo passo è la declericalizzazione  della Chiesa cattolica a favore di che cosa? Primo di tutto noi siamo battezzati, anche i chierici, e questo papa Francesco lo sta ripetendo ai preti in tutte le occasioni. “Ricordatevi che siete presbiteri come ministero e siete battezzati come figli. Senza questo passo non c’è una vera evoluzione, non del ruolo ma del posto che le donne si prendono nella Chiesa e non che gli uomini danno alle donne nella Chiesa. Altrimenti sarebbe come il serpente che si morde la coda.

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